Perché è diventato così difficile governare Guardia? La domanda attraversa l’intera campagna elettorale per le prossime amministrative e rivela un disagio profondo, che non riguarda soltanto l’efficienza amministrativa, ma il rapporto stesso tra politica, territorio e cittadini.
Nel corso dei dibattiti pre-elettorali, negli interventi sui social e infine nei comizi elettorali, si è spesso cercato di spiegare le difficoltà di questa terra evocando isolamento, arretratezza, marginalità. Talvolta si tratta di problemi reali; altre volte di rappresentazioni comode, utilizzate per attenuare responsabilità politiche e incapacità amministrative. È più semplice attribuire tutto allo spopolamento, alla marginalità geografica di Guardia, alla cosiddetta “sfortuna del territorio” che interrogarsi seriamente sugli errori di chi ha governato senza conoscere davvero questa terra e le sue potenzialità.
Eppure Guardia – ne parliamo da decenni – possiede un patrimonio umano, storico e culturale straordinario. Paesaggi diversi e suggestivi, tradizioni secolari, riti religiosi di intensa partecipazione popolare, testimonianze archeologiche che attraversano epoche millenarie, chiese, castelli, opere d’arte: elementi che altrove rappresenterebbero il punto di partenza per costruire identità, sviluppo sostenibile, turismo consapevole, nuove economie e nuove forme di espressione culturale. Qui, invece, troppo spesso sono stati percepiti come ostacoli o ridotti a mera cornice folkloristica.
La verità è più scomoda e riguarda la qualità della classe dirigente che ha amministrato il territorio. Con poche lodevoli eccezioni, la politica locale — insieme a parte del mondo imprenditoriale e dei gruppi dirigenti economici e intellettuali — non ha saputo costruire una visione collettiva. Si è preferito alimentare piccole rendite di posizione, clientele, serbatoi di consenso, frammentando la comunità in tante “isole” di potere. È mancata, in modo sistematico, l’idea del bene comune.
Da anni si arriva alle elezioni senza un progetto credibile per la Guardia del futuro. Tornano gli stessi slogan, le stesse promesse, le stesse strategie politiche demagogiche, gli stessi proclami destinati a dissolversi il giorno dopo il voto. La politica è apparsa sempre più come occupazione del potere e sempre meno come servizio alla comunità. Non sorprende, allora, che crescano disillusione e sfiducia. Molti cittadini hanno ormai la sensazione che nulla possa davvero cambiare – e lo si vede nelle presenze ai comizi elettorali -, e questa è forse la ferita più grave: non solo il declino economico o demografico, ma la perdita di speranza. Una terra che per decenni ha visto partire i propri figli in cerca di dignità e lavoro rischia oggi di perdere anche la propria energia civile. È una crisi non soltanto sociale, ma antropologica.
C’è però un elemento che merita di essere chiamato con il suo nome, senza eufemismi né infingimenti: l’esistenza di una rete consolidata di interessi personali che, per decenni, ha occupato il centro della vita pubblica guardiese soffocandone ogni possibilità di rinnovamento. Una “Cappa”, appunto — densa, impermeabile, autoreferenziale — composta da personaggi che si sono avvicendati nelle stanze del potere locale con il pretesto di servire la comunità, mentre in realtà servivano prevalentemente sé stessi e la cerchia ristretta degli amici degli amici.
Non si tratta di una categoria astratta né di uno sfogo populista. Si tratta di una realtà riconoscibile, fatta di nomi, di ruoli, di favori scambiati, di appalti gestiti, di posti assegnati non per merito ma per fedeltà. Una rete che ha saputo mimetizzarsi, cambiare bandiera quando necessario, stringere alleanze trasversali pur di mantenere il controllo sulle risorse pubbliche e sulle leve decisionali del territorio. Il tutto, naturalmente, sempre in nome della “comunità”, della “tradizione”, dell'”amore per Guardia”: parole usate come scudo e come alibi.
Ciò che rende questa “Cappa” particolarmente nociva non è soltanto l’arricchimento personale che ne è derivato, spesso sproporzionato rispetto alle dimensioni e alle risorse di un piccolo comune. È la sistematica distruzione del capitale civico: lo scoraggiamento di chi avrebbe voluto fare le cose per bene, la neutralizzazione di ogni proposta genuinamente innovativa, la coltivazione di una dipendenza diffusa — economica, lavorativa, psicologica — che ha reso molti cittadini ostaggi silenziosi di un sistema soffocante.
Il meccanismo si ripete con sconcertante puntualità a ogni tornata elettorale, compresa quella che stiamo vivendo. Gli stessi volti, o i loro delfini, si ripresentano. Cambiano le liste, i simboli, persino le coalizioni; ma la sostanza resta immutata. C’è sempre una buona ragione per cui questa volta bisogna “fidarsi ancora”, per cui il cambiamento “deve venire da dentro”, per cui chi è nuovo “non conosce i meccanismi”. Sono le retoriche del sistema che si autoconserva, gli anticorpi che una classe dirigente esausta produce per sopravvivere oltre la propria data di scadenza.
Ciò che questa “Cappa” non ha mai saputo — o voluto — fare è farsi da parte. La capacità di cedere il passo, di riconoscere i propri limiti, di lasciare spazio alle generazioni successive è il segno più autentico di una classe dirigente matura. Qui, al contrario, il potere è stato vissuto come proprietà privata, trasmissibile, difendibile a ogni costo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un territorio impoverito, una comunità frammentata, una classe politica che invecchia senza rinnovarsi e giovani che scelgono l’altrove piuttosto che una partecipazione che appare inutile o pericolosa.
Naturalmente la crisi della politica non riguarda soltanto Guardia. In tutta Italia la democrazia attraversa una fase difficile: avanzano pulsioni populiste, sovraniste e autoritarie; cresce la distanza tra istituzioni e cittadini. Ma qui lo scollamento appare ancora più radicale, amplificato dalla piccola scala in cui ogni sopruso è più visibile e ogni omissione più pesante. Per questo il bisogno di una politica autentica, capace di ascolto e di responsabilità, è ancora più urgente. La politica dovrebbe avere il coraggio della verità. Non servono mitologie né narrazioni autoassolutorie. Serve un’analisi lucida dei problemi e una visione credibile del futuro. Perché il destino di Guardia non è scritto nell’arretratezza o nell’abbandono: dipende dalla capacità collettiva di ritrovare il senso della comunità e del bene comune.
Guardia ha bisogno di visione. Ha bisogno soprattutto di servizi. Senza servizi essenziali non esiste futuro possibile: continueranno a partire i giovani, a chiudere le scuole, a spegnersi i luoghi della socialità e della cultura. Non servono miracoli né uomini della provvidenza. Servono amministratori competenti, onesti, preparati e radicati nella comunità. Servono politiche ordinarie, ma serie: scuola, lavoro, cultura, legalità, cura degli spazi pubblici, sostegno concreto alle famiglie, occasioni reali per chi vuole restare o tornare.
Guardia ha bisogno di cittadini che si sentano parte di un progetto comune, e non sudditi di piccoli potentati locali. Ha bisogno, soprattutto, che chi ha avuto molto da questa terra — troppo, e troppo a lungo — trovi finalmente il pudore di farsi da parte.
Il tempo, ormai, non è infinito.