La premessa è d’obbligo, altrimenti ti danno del qualunquista o quasi: sono sempre più affascinato nell’osservare la politica guardiese e, anche per questo, su queste pagine me ne occupo molto più rispetto al passato. Osservo; in queste ore ascolto in streaming i comizi di questa sonnolenta campagna elettorale. Tocco territori più impervi e forse più elitari, in senso culturale. In questa competizione elettorale mi sforzo di pensare, di capire, di esprimere giudizi su entrambi gli schieramenti in campo, che a volte sono favorevoli, a volte contrari, il più delle volte articolati; non in bianco e nero, né banalmente schierati pro o contro. Giudizi che nascono dallo sforzo di capire la verità, o meglio ciò che ai nostri occhi appare tale. E chi, di fronte a critiche a volte feroci e dissennate, mette comunque in discussione il mio amore per la comunità che mi ha visto nascere, ha seri problemi o con la sua coscienza o con la sua intelligenza. Comunque, tiro ancora avanti — amministrative a parte —, liberamente, anche per rispetto e simpatia verso coloro che mi leggono con intelligenza critica e attestano interesse verso le cose che dico.
Sia chiaro: chi scrive non dipende da nessuno, a nessuno deve dire grazie per qualcosa e a nessuno deve rendere conto, se non alla propria coscienza. E se mi stancherò di avere pochi riscontri, mi occuperò d’altro, almeno fino a quando non interverrà il motivo ultimo a dirimere la questione in via definitiva. Per questi motivi, se volete un pensiero su questo (s)fortunato paese, sul suo tessuto sociale e politico, su questa commedia elettorale, seguitemi; se volete un precetto, un precotto, rivolgetevi altrove: a Guardia avete l’imbarazzo della scelta, con la servitù e la malafede che circolano. Questo è un punto d’incontro di spiriti liberi e pensanti.
Ciò detto, osservando questa noiosa campagna elettorale — dopo le note vicende in merito alla presentazione delle liste —, in maniera distante e superficiale, non vi nascondo che verrebbe voglia di occuparmi d’altro. Eppure ho voglia di parlarne. Provo interesse, certo, anche se mi sento ormai estraneo al tema e ai soggetti in campo — politici, o presunti tali — da tutti i punti di vista. Non ho voglia di scendere nel cortile delle polemiche, subito tradotte ad personam. Ma non ho nemmeno voglia di essere usato per attaccare questa o quella lista, di cui non sono affatto sostenitore né estimatore, come si è ben capito. Non voglio prestarmi a un gioco politico che, direttamente o indirettamente, porta acqua al mulino dell’una o dell’altra parte. È un gioco che non mi piace e non mi interessa; soprattutto se penso che molti si accorgono di te non quando scrivi o esponi pensieri anche su questioni importanti per questa comunità, ma solo quando possono utilizzarti per attaccare Tizio, Caio e i loro vistosi errori, le loro crisi isteriche, i loro attacchi di rabbia e d’invidia. Non mi nascondo, ad esempio, quando critico chi ha amministrato fino a oggi, e non faccio sconti; ma non ho voglia di contribuire a riportare al governo della mia comunità situazioni, mentalità e personaggi da cui sono fuggito. E questa posizione — chiara, netta, trasparente, alla luce del sole, che non ti porta vantaggi ma solo svantaggi e isolamento — viene tradotta da alcune povere menti come “equilibrismo”, cerchiobottismo o non so quale altra forma di opportunismo. Ma se a me non piace la “Cappa” che gestisce il potere a Guardia, se esprimo critiche dettate solo da amor di verità, ma sono pronto a riconoscerne anche gli aspetti positivi quando ve ne siano, perché immiserire tutto questo con la furbata dell’equilibrismo-opportunismo? A che pro lo farei? Cosa ne ricaverei? A cosa aspirerei, dal momento che sin dall’inizio mi sono negato a ogni protagonismo e a ogni proposta di qualsivoglia ruolo? Non vi viene il dubbio che non mi aspetto nulla da nessuno, non temo nulla da nessuno e parlo (e scrivo) perché amo essere uno spirito libero e voglio essere affidabile nei giudizi che esprimo? Non vi sorge il sospetto che qualcuno voglia dire le cose non perché odia o difende qualcuno per partito preso, né perché così ci guadagna o si posiziona strategicamente, ma perché ritiene che le cose stiano davvero così e sente il diritto — e soprattutto il dovere — di dirlo? In questi giorni di campagna elettorale c’è addirittura chi mi rimprovera di essere passato al “nemico”, di fare comunque il gioco del Malefico; e c’è chi, per scusarti, ti ritiene impazzito o rimbambito. A costoro evidentemente piace il bianco o il nero: non sopportano le sfumature, i pensieri articolati, il pensiero critico che distingue. Ma c’è pure chi, dal versante opposto dei duri e puri, ti rimprovera di essere troppo severo, perché anche loro esigono — con la stessa approssimazione puerile — di vedere tutto in bianco e nero, senza tollerare sfumature, pensieri articolati e distinzioni. La realtà, però, non è così secca e manichea come esige il vostro bisogno di avere amici e nemici, di sentirvi appartenenti a qualcosa e a qualcuno, oppure in lotta contro qualcosa e qualcuno. So che le opinioni perdono peso e incisività quando non sono tranchant. Ma da qualche decennio a Guardia siamo entrati in una fase in cui è difficile perfino distinguere il male minore dal male supremo. Uno schema su cui abbiamo fondato la politica e la vita civile per anni è saltato. Non riesco a riconoscermi in quello schema, non riesco a tifare né a schierarmi. Il problema è serio, perché — al di là delle banalizzazioni degli ingenui che vogliono per forza il buono e il cattivo da additare — è la politica stessa — locale e nazionale — a fondarsi sulla contrapposizione amico-nemico. Ma che farci se la situazione è questa, se la maionese è impazzita, se negli ultimi tempi a Guardia — e non solo — la Babele si è aggravata fino a perdere le tracce di un “noi” e un “loro” riconoscibili?
Questo è il quadro, questo è lo stato delle cose oggi a Guardia. E la politica guardiese da anni campa su questa semplificazione e su queste perduranti pigrizie mentali. Ma non puoi del tutto far finta di niente, a meno che tu non decida di smettere di scrivere. Quindi: non modica, ma una quantità più grande di politica, di critica e di attualità, fregandosene di ciò che vuole il gentile pubblico, spesso poco gentile. E poi succeda quel che succeda.
Ma al di là di tutto oggi c’è un’altra trappola, più sottile e più perversa, che questa stagione elettorale riserva a chi ragiona come me. Ed è una trappola di sistema: la legge elettorale vigente, nei comuni di piccole dimensioni, lega il voto alla lista indissolubilmente al candidato sindaco. Così accade che, volendo esprimere una preferenza per un consigliere in cui si ripone una qualche fiducia — per competenza, onestà o semplice buona fede — si finisce inevitabilmente per fare un favore al capolista, cioè al candidato sindaco che si sarebbe voluto ignorare o addirittura contrastare, che si ritiene totalmente inadeguato a risolvere i problemi della comunità. Il consenso, per questa via, si trasferisce verso l’alto automaticamente, indipendentemente dalla volontà dell’elettore. Vorresti votare la persona, e ti ritrovi ad aver votato la “Cappa”. Il paradosso è evidente e, per chi si trova in questa condizione, è quasi grottesco: dopo aver trascorso anni a criticare certi personaggi, certi metodi, certe mentalità, si trova costretto — volendo comunque partecipare — a scegliere tra l’astensione e il contribuire, sia pur indirettamente, alla legittimazione di ciò che ha criticato. Non si tratta di un problema personale, evidentemente; si tratta di una stortura strutturale della democrazia locale che produce un effetto perverso: chi non vuole allinearsi viene spinto verso l’irrilevanza. O si abbraccia il pacchetto completo, o si resta fuori. Non è offerta la terza via: quella del voto consapevole, selettivo, chirurgico. Come si supera questo disagio? Non facilmente, e forse non del tutto. Una via è quella del voto disgiunto, laddove la legge lo consenta: ma nel caso di Guardia non è così. Un’altra è scegliere con lucidità fredda quale sia il male minore, non in senso emotivo ma razionale: quale scenario produrrebbe meno danni alla comunità nei prossimi anni? È un esercizio difficile, che richiede di mettere da parte l’orgoglio e ragionare in termini di conseguenze concrete. Un’altra via ancora — forse la più onesta — è l’astensione consapevole, non per pigrizia o disincanto, ma come atto deliberato di rifiuto di un’offerta politica che si ritiene integralmente inadeguata. Non è una resa: può essere, a modo suo, una dichiarazione. Ciò che non si può fare, a mio avviso, è fingere che il problema non esista, che basti turarsi il naso e ingoiare. Perché è proprio quella rassegnazione silenziosa — quell’adattamento acritico alle regole del gioco — che alimenta, stagione dopo stagione, la mediocrità che si vorrebbe combattere.
Noi, ad esempio, siamo troppo vecchi per adeguarci e tirare a campare, ma non abbastanza vecchi da darla vinta a chi merita di perdere. E con disonore.