A Guardia la campagna elettorale è ricominciata come finiscono certe feste di paese: con le stesse facce, le stesse musiche, le stesse promesse impolverate tirate fuori dal magazzino ogni cinque anni. Cambiano gli slogan, cambiano le grafiche dei manifesti, cambiano perfino le locandine social, ma il copione resta identico. Un eterno ritorno dell’uguale che in paese ormai conoscono tutti a memoria. C’è chi li aspetta con entusiasmo, chi con rabbia, chi con rassegnazione. E poi c’è la “Cappa”, che torna puntuale come una tassa comunale. Anzi, a ben vedere non se n’è mai andata davvero. Da decenni si ricandida alla guida di Guardia per conquistare l’ennesimo mandato e affrontare — promette — i problemi del paese. Problemi che, guarda caso, spesso coincidono con quelli lasciati irrisolti proprio durante le sue precedenti amministrazioni. Basta attraversare Guardia in auto per rendersene conto senza bisogno di leggere programmi elettorali stampati su carta lucida: sosta selvaggia, degrado urbano, cantieri eterni, opere incompiute, progetti bloccati da contenziosi che sembrano più longevi degli stessi amministratori.

Eppure, dal ballatoio di piazza Castello, la retorica continua a volare altissima. “Il centro storico sarà un museo a cielo aperto”, annunciavano ieri sera. Una frase che a Guardia deve avere almeno cinquant’anni di vita politica. Peccato che il rischio concreto sia un altro: non un museo a cielo aperto, ma un gigantesco deposito di case chiuse, persiane abbassate e immobili lasciati vuoti pur di evitare il fastidio — e il costo — di manutenzione, tasse e spese. Non verrà nessuno. Non arriveranno frotte di turisti incantati dalle narrazioni elettorali. E soprattutto non torneranno i giovani che da anni scappano via perché a Guardia il futuro viene evocato a ogni campagna elettorale ma raramente costruito davvero.

Il gruppo uscente sembra aver capito che i tempi delle promesse mirabolanti sono finiti. Cinque anni fa vendevano sogni, rendering, favolosi progetti, rinascite epocali. Oggi il tono è più prudente, quasi dimesso: finanziamenti ottenuti, manutenzioni programmate, sporcizia urbana da ripulire, asfalto a gogo, qualche rattoppo amministrativo spacciato per rivoluzione. I comizi, organizzati senza preavviso, sembrano più esercizi di sopravvivenza politica che momenti di entusiasmo popolare. E mentre dal palco si snocciolano numeri, atti e delibere, l’addetto ai social sta bene attento a non inquadrare troppo la platea. Perché il problema non è solo convincere gli elettori: è trovare gli elettori sotto al palco.

La scena, del resto, è sempre la stessa. Da una parte chi governa da anni e si presenta come vittima di complotti e frenate burocratiche; dall’altra una lista antagonista che spesso riesce nell’impresa pressoché impossibile di apparire ancora meno incisiva. Dell’altro aspirante sindaco, infatti, si segnala soprattutto che “conta come il due di briscola”. Un’espressione brutale ma efficace per raccontare una competizione che sembra già scritta, non tanto per la forza dei protagonisti quanto per la debolezza generale del quadro politico.

E così Guardia si ritrova ancora una volta intrappolata in una campagna elettorale che somiglia più a una recita stanca che a un confronto sul futuro. Gli stessi cognomi, le stesse alleanze riciclate, gli stessi rancori personali travestiti da dibattito politico. In paese non si votano idee o programmi: si votano appartenenze, amicizie, parentele, favori accumulati negli anni. È una politica di cortile, di mormorii, di telefonate, di pacche sulle spalle al bar. Una politica che sopravvive a tutto, perfino ai risultati.

Perché il punto vero è questo: a Guardia non cambia mai nulla. Cambiano le maggioranze, cambiano gli assessori, ma il paese resta fermo. Ogni nuova (nuova?) amministrazione annuncia la “svolta storica”, salvo poi trascinare per altri cinque anni gli stessi problemi di sempre. Il centro storico continua a svuotarsi, le attività commerciali chiudono, i giovani partono, le infrastrutture restano precarie, il decoro urbano diventa tema elettorale solo a ridosso del voto. Poi, passata l’elezione, tutto torna lentamente nella nebbia dell’ordinaria amministrazione.

La verità è che questa campagna elettorale parla soprattutto al passato. È una resa dei conti tra gruppi che governano — e hanno governato assieme — o orbitano attorno al potere locale da decenni. Manca completamente una discussione seria su cosa Guardia possa diventare nei prossimi vent’anni. Turismo, artigianato, rigenerazione urbana, lavoro per i giovani: nulla. Solo propaganda, accuse reciproche e la solita contabilità dei finanziamenti ottenuti, come se ricevere soldi pubblici fosse automaticamente sinonimo di buona amministrazione.

Intanto il paese osserva. Con cinismo, con stanchezza, spesso con indifferenza. Perché quando una comunità sente di assistere sempre allo stesso spettacolo, smette perfino di indignarsi. Ed è forse questa la vera sconfitta di Guardia: non il degrado urbano, non i cantieri infiniti, non le promesse mancate. Ma l’idea ormai radicata che qualunque sia il risultato delle urne, alla fine non cambierà nulla.