C’è un momento preciso in cui a Guardia Sanframondi si capisce che manca solo una settimana alle elezioni amministrative. Non servono i manifesti, né i santini elettorali, né il candidato che improvvisamente riscopre il valore della stretta di mano vigorosa e della pacca sulla spalla. No. Il segnale vero è un altro: compare l’asfalto. Asfalto fresco. Lucido. Profumato. Miracoloso.

Strade dimenticate da anni, craterizzate come la superficie lunare, improvvisamente ricevono una carezza bituminosa degna dell’Autostrada del Sole. È il prodigio di fine mandato: il tombino che torna in quota, la buca che sparisce, il marciapiede che rinasce. E insieme all’asfalto arriva lui, il grande classico della provincia meridionale: “Finalmente abbiamo ottenuto un finanziamento”. Naturalmente il finanziamento arriva sempre a ridosso delle urne. Mai prima. Mai a metà mandato. È una misteriosa coincidenza cosmica: i ministeri, la Regione, la Provincia e gli uffici tecnici sembrano svegliarsi tutti insieme proprio quaranta giorni prima del voto. Una sincronizzazione che farebbe impallidire la NASA.

A Guardia, poi, le elezioni non si vincono: si raschiano. Dieci voti, venti voti, trenta voti. Qui ogni preferenza pesa come un lingotto. E allora si apre la grande liturgia della caccia al consenso. Il candidato diventa ubiquo: lo trovi con i fac-simile tra le mani al bar alle sei del mattino a parlare di agricoltura eroica, alle nove al supermercato a salutare persino il reparto surgelati, a mezzogiorno davanti al municipio a denunciare “anni di immobilismo”, alle tre del pomeriggio a un funerale, e la sera al comizio in piazza, dove promette parcheggi, turismo, giovani, sviluppo, cultura, wi-fi libero, pista ciclabile Guardia–San Lupo, ricchi premi e cotillons, rilancio del centro storico e, probabilmente, anche la pace nel mondo. Il tutto davanti a trenta o quaranta persone, di cui la metà sono candidati o sostenitori della lista avversaria.

Già, i comizi. I comizi meritano un capitolo a parte. Nelle amministrative guardiesi emerge un patrimonio umano che andrebbe studiato dall’antropologia contemporanea. Candidati improbabili che in cinque anni non hanno mai preso la parola in pubblico diventano improvvisamente tribuni e parlano per quarantacinque minuti di bilanci, urbanistica, fondi europei e “visione strategica del territorio”. Giovani candidati di primo pelo che fino al mese prima litigavano con chiunque sui social si trasformano in statisti sobri e posati. E poi ci sono i dispetti. La corrente che salta durante il comizio della lista avversaria. L’autorizzazione concessa all’ultimo minuto…

Per non parlare della caccia alle preferenze. A Guardia la ricerca del consenso non è ideologia: è geografia sentimentale. È il cugino del cognato del compare che “stavolta si è spostato”, si è candidato dall’altra parte. È la famiglia storicamente vicina a quella lista che però si è offesa per una candidatura mancata. È il voto di parentela, di vicinato, di ripicca, di riconoscenza e talvolta di vendetta. La politica paesana diventa così una saga familiare con le sfumature di una telenovela sudamericana e la struttura narrativa di una guerra punica.

Naturalmente nei comizi e sui social non possono mancare i grandi temi morali: i debiti fuori bilancio, le promesse non mantenute, i lavori annunciati e mai finiti, le opere inaugurate tre volte. La lista 1 accusa la precedente amministrazione di aver lasciato macerie finanziarie; la lista 2 denuncia sprechi, clientele e consulenze discutibili; ogni compagine replica invocando l’“eredità pesante” lasciata dalla precedente gestione. È un ciclo eterno, come le stagioni o la processione settennale.

E intanto, sotto la superficie del dibattito pubblico — delle candidature a sindaco prima annunciate e poi bruciate — scorrono gli interessi veri. Gli appalti. I lavori. Le manutenzioni. Le consulenze. Tutti quei piccoli poteri locali che nei paesi come Guardia contano più delle ideologie e spesso più dei programmi elettorali. Perché il dramma di Guardia non è soltanto lo spopolamento, i prezzi delle case in caduta libera, la qualità della vita sempre più bassa. È anche questa riduzione della politica a gestione del consenso minuto, a eterna campagna elettorale, a piccolo cabotaggio amministrativo. Mentre i giovani partono, i servizi arretrano e il territorio invecchia.

In tutto questo c’è poi la figura del Saggio del Paese, quello che non si candida mai ma conosce tutto e tutti. Lo trovi seduto al solito tavolo del bar, con l’aria di chi ha già visto questo film venti volte. Annuisce lento, tira una boccata dal caffè e sentenzia: “Tanto vince sempre chi vince.” Nessuno capisce bene cosa voglia dire, ma tutti annuiscono a loro volta. È il suo contributo alla democrazia locale. Fondamentale.

Menzione d’onore al programma elettorale di entrambe le liste, documento redatto con cura certosina e distribuito con orgoglio solo sui social. E lì rimane. Non viene letto, non viene discusso, non viene ricordato. Sopravvive soltanto in qualche recesso della Rete e, cinque anni dopo, riemerge puntualmente come reperto accusatorio nei post dell’opposizione nascente: “Avevano promesso…” Il ciclo si chiude. Il ciclo ricomincia.

Da non dimenticare il rito della foto di gruppo. Volti che si vogliono bene, mani sulle spalle, sorrisi larghi. Poi passano sei mesi, e di quei dodici volti ne restano cinque o sei fedeli, quattro delusi, tre che “ci hanno usato” e uno che ha già preso contatti con la lista avversaria in vista del prossimo giro. Ma quella foto, quella foto resterà bella per sempre.

Ma nonostante tutto, o forse proprio per questo, le amministrative restano il teatro più autentico della politica guardiese. Altro che duelli fra candidati sui media e sulla tivù locale. È nella piazza guardiese che la democrazia mostra il suo volto più sincero e tragicomico: umano, passionale, permaloso, teatrale.

E così, anche stavolta, arriverà il giorno del voto. Le facce tese dei candidati sulla scalinata che conduce al seggio, che “non fanno propaganda” ma salutano con intensità sospetta. Le telefonate dell’ultima ora. I conteggi paralleli. Le preferenze segnate sui foglietti. E alla fine, come avviene già da qualche lustro, qualcuno vincerà per una manciata di voti. Poi, per cinque anni, tornerà il silenzio.

Fino alla prossima colata d’asfalto.