A Guardia, essendo un comune sotto i 15.000 abitanti, esiste una particolarità della legge elettorale che continua a suscitare perplessità tra i cittadini più attenti alla distinzione tra persone, programmi o appartenenze politiche: l’impossibilità di esercitare il voto disgiunto.
È una regola poco discussa nel dibattito locale, ma che nei piccoli centri come il nostro pesa enormemente. Perché proprio dove la politica dovrebbe essere più vicina ai cittadini, più personale e meno ideologica, il sistema costringe invece a un voto “a pacchetto”, senza possibilità di separare il giudizio sul candidato consigliere da quello sul candidato sindaco.
Nei comuni più grandi il cittadino può scegliere liberamente: votare un sindaco e contemporaneamente esprimere una preferenza per un consigliere appartenente a un’altra lista. È il principio del voto disgiunto, uno strumento di equilibrio democratico che riconosce una verità semplice: una persona può stimare un candidato senza condividere necessariamente il progetto politico o la leadership della lista in cui è inserito.
Sotto i 5.000 abitanti, invece, questa libertà viene meno. La preferenza data a un consigliere trascina automaticamente anche il voto al candidato sindaco collegato. Nessuna separazione possibile. Nessuna sfumatura consentita.
È qui che nasce l’anomalia.
Perché nei piccoli comuni come Guardia il voto è spesso profondamente personale. Non si votano soltanto simboli o programmi; si votano rapporti umani, competenze, storie familiari, disponibilità concreta verso la comunità. Può accadere — ed accade frequentemente — che un elettore voglia sostenere un candidato consigliere che ritiene serio, capace e degno di fiducia, ma non intenda in alcun modo contribuire all’elezione del sindaco della stessa lista.
In un sistema realmente libero, quella distinzione sarebbe legittima. Invece la legge obbliga a scegliere: o rinunciare a sostenere quella persona, oppure accettare di votare anche ciò che non si condivide.
È una forzatura che finisce per produrre un paradosso democratico: il cittadino non esprime più integralmente la propria volontà politica, ma è costretto ad adattarla ai limiti tecnici del sistema.
E allora cosa dovrebbe fare un elettore in questi casi?
Astenersi? Rinunciare al voto per coerenza? Oppure “fare di necessità virtù”, accettando il compromesso pur di sostenere almeno il candidato ritenuto valido?
Sono domande tutt’altro che banali. L’astensione può apparire come un gesto di coerenza morale, una forma di dissenso nei confronti di una norma percepita come ingiusta. Ma può anche trasformarsi in una rinuncia alla partecipazione democratica, lasciando che decidano altri.
Dall’altra parte, scegliere comunque di votare può essere interpretato come un atto pragmatico: sostenere il bene possibile pur dentro un sistema imperfetto. Una sorta di voto “condizionato”, dato più alla persona che alla lista, pur sapendo che la legge lo tradurrà inevitabilmente anche in consenso per il candidato sindaco.
È il classico conflitto tra purezza della scelta e realismo politico.
La verità è che una democrazia matura non dovrebbe costringere i cittadini a questo dilemma. La libertà di voto non è soltanto poter mettere una croce sulla scheda; è poter esprimere pienamente il proprio pensiero senza essere obbligati a sostenere qualcosa che non si condivide.
Chi difende l’attuale sistema sostiene che nei piccoli comuni serva garantire stabilità amministrativa e coesione delle liste. Ma la stabilità non può diventare un argomento per comprimere la libertà dell’elettore. Anzi, proprio nei contesti più piccoli, dove i rapporti personali contano più delle appartenenze politiche, il voto disgiunto avrebbe forse ancora più senso che nelle grandi città.
Consentirlo significherebbe riconoscere maturità ai cittadini, non indebolire i comuni.
Finché questa norma resterà invariata, molti elettori continueranno a trovarsi davanti a una scelta scomoda: votare turandosi il naso oppure rinunciare a una parte della propria libertà democratica.
Ed è difficile considerare davvero pienamente libero un voto che non permette di distinguere.