C’è qualcosa di profondamente osceno nel modo in cui, puntualmente, ci sediamo a tavola davanti a Guardia Sanframondi con tovagliolo e forchetta. Un rito collettivo, quasi liturgico, che si ripete ogni volta che si avvicinano le elezioni. E ci ripetiamo: stavolta è diverso, stavolta conta davvero, stavolta il voto cambierà qualcosa. Non cambierà nulla. Non perché il cinismo sia una virtù, ma perché prima ancora di parlare di candidati, programmi e ballottaggi, bisognerebbe avere il coraggio di dire una cosa scomoda: la comunità di cui tutti parlano è morta. Non sta attraversando una crisi, non è in letargo, non aspetta di essere risvegliata da un buon sindaco o da una lista civica più autentica delle altre. È morta. E la morte, a differenza della malattia, non si cura con le elezioni.

Eppure eccoci qui, di nuovo, a fingere che non lo sappiamo. Le elezioni del 24 e 25 maggio hanno riacceso i soliti meccanismi: la febbre del confronto, le discussioni nei bar, i post sui social, le analisi da salotto. Tutti diventano esperti. Chi conosce le dinamiche di ogni zona del paese, chi ha sentito dire che il tale ha già i voti contati, chi giura che stavolta la gente è stufa davvero. È esattamente questa la malattia del nostro tempo: la competenza improvvisata, il sapere di rimando, la profondità di tre centimetri con cui si affrontano questioni che richiederebbero radici.

Monnezza, appunto. Monnezza che sembra cibo, confezionata bene, servita con cura, presentata come nutrimento civile. Ma che non sazia. Anzi, fa l’esatto contrario: affama. Perché dopo ogni tornata elettorale, indipendentemente dal risultato, la sensazione che rimane è di vuoto. Abbiamo partecipato, abbiamo votato, abbiamo discusso — e poi? La strada è la stessa, il bar ha chiuso, i giovani sono partiti, il problema non è stato risolto.

Una comunità viva non aspetta le elezioni per esistere. Si organizza, litiga, costruisce, si prende cura dei suoi spazi e delle sue persone nei mille giorni che separano un voto dall’altro. Quando invece una comunità riduce la propria vita civile al solo momento elettorale, questo è già un sintomo grave: significa che nel frattempo non è successo niente, o peggio, che niente poteva succedere perché i legami sociali che rendono possibile l’azione collettiva si sono dissolti.

Guardia non fa eccezione a una condizione che attraversa i piccoli centri delle aree interne dell’Italia intera. Piccoli centri svuotati dall’emigrazione, privati di servizi, lasciati senza prospettive per i giovani, con una classe dirigente locale spesso troppo piccola per le sfide e troppo grande per la modestia che ci vorrebbe. In questo contesto, le elezioni comunali rischiano di diventare non uno strumento di democrazia reale, ma una sua parodia: il momento in cui si simula una partecipazione che nel resto dell’anno non esiste.

Chiamatele per quello che sono: distrazione di massa. Una macchina straordinariamente efficiente per consumare il bisogno civile di verità, riducendolo a tifo. A destra o a sinistra, a lista A o lista B, al candidato giovane o all’amministratore esperto. La forma del confronto democratico viene mantenuta intatta mentre la sostanza — la capacità reale delle persone di incidere sulla propria vita collettiva — si svuota progressivamente.

Il tifo è esattamente il contrario della politica. Il tifoso non chiede come stanno le cose, chiede chi vince. Non valuta i programmi, sceglie la maglia. E quando la sua squadra perde, non cambia idea: aspetta la rivincita. Questo ciclo — mobilitazione elettorale, sconfitta o vittoria, disimpegno, nuova mobilitazione — è il formato in cui la politica locale si è ridotta in troppi posti. Non è democrazia. È intrattenimento con conseguenze.

Eppure i programmi ci sono, e sarebbe disonesto ignorarli del tutto. Chi ha appena amministrato propone la prosecuzione di un progetto istituzionale di ampio respiro: filiera vitivinicola, Distretto Agroalimentare di Qualità, fondi SNAI e PNRR, una DMO turistica che metta a sistema le Sei Valli Sannite. L’antagonista sposta invece l’asse sulla rigenerazione sociale: Forum Permanente per la partecipazione, Comunità Energetiche Rinnovabili, cooperative di lavoro, un “taxi di comunità” per gli anziani, la città cardio-protetta. Due visioni distinte, una più istituzionale e orientata all’intercettazione di risorse esterne, l’altra più orizzontale e radicata nella quotidianità dei cittadini. Tutto plausibile. Tutto, sulla carta, persino condivisibile. Ma qui sta il nodo: i programmi presuppongono una comunità in grado di attuarli, discuterli, sorvegliarli, correggerli nel tempo. Presuppongono persone disposte a partecipare non solo il giorno del voto, ma nei mesi successivi. Presuppongono fiducia nelle istituzioni. Presuppongono, insomma, esattamente ciò che manca. Una DMO turistica senza imprenditori motivati è uno schema vuoto. Un Forum Permanente senza cittadini disposti a parteciparvi è una sala riunioni deserta. Le Comunità Energetiche Rinnovabili funzionano dove esiste, appunto, una comunità.

Questo non è un invito all’astensionismo né un atto di superiorità verso chi ci crede ancora. È, semmai, un appello alla lucidità. Votare è importante, ma non è sufficiente. E soprattutto, votare senza che attorno al voto esista una comunità viva è come dare da mangiare a un corpo già freddo. Se Guardia — e con essa tanti altri luoghi simili — vuole davvero una seconda stagione, non può essere la replica della prima con attori diversi. Deve cominciare dall’unica domanda che le elezioni non faranno mai: cosa siamo disposti a fare insieme quando i seggi saranno chiusi?

Quella risposta non si trova nelle urne. Si trova, o non si trova, negli altri trecentosessantaquattro giorni dell’anno.