La campagna elettorale guardiese sembra essersi definitivamente trasformata in una sagra permanente del narcisismo digitale. Non una competizione di idee, non un confronto amministrativo, non uno straccio di visione sul futuro del paese. No. Una degustazione social continua, dove ogni candidato gira col fiasco sotto braccio cercando di convincere il pubblico che il suo vino sia più genuino, più corposo, più autentico di quello dell’oste rivale.
Facebook è diventato il bancone. Instagram la cantina. WhatsApp il retrobottega dove si spacciano pettegolezzi travestiti da analisi politica. Tutti intenti a propagandarsi come prodotti tipici DOC: il candidato del fare, quello della competenza, quello del cambiamento, quello dell’esperienza, quello della discontinuità nella continuità — formula acrobatica che ormai vale quanto un vino annacquato servito tiepido in un bicchiere di plastica.
E il cittadino? Comparsa muta. Cliente, non elettore. Spettatore chiamato soltanto ad applaudire, condividere, mettere un like e possibilmente bere senza fare troppe domande. Sentire davvero i cittadini sarebbe pericoloso: significherebbe far assaggiare il vino a qualcuno che non sia l’oste. E gli osti, si sa, il proprio vino lo trovano sempre eccellente, anche quando sa di aceto — anzi, soprattutto quando sa di aceto.
Così assistiamo alla solita liturgia elettorale: slogan gonfiati come otri vecchi, ricchi premi e cotillons, fotografie studiate come santini, video motivazionali degni di una televendita di Wanna Marchi, candidature annunciate con il pathos delle incoronazioni medievali e contenuti social costruiti con la profondità intellettuale di un sottobicchiere. Sottobicchiere che, peraltro, è spesso l’unica cosa concreta lasciata sul tavolo.
Nel frattempo i problemi reali di Guardia restano lì, immobili come le serrande abbassate lungo il corso. Qualche finanziamento arriva giusto in tempo per le elezioni: puntuale come la pioggia ai matrimoni e altrettanto benvenuto. Spopolamento, giovani in fuga, economia asfittica, servizi fragili, patrimonio abbandonato, assenza di una prospettiva che non sia la mera sopravvivenza amministrativa. Ma di questo si parla poco. Molto più redditizio pubblicare l’ennesima foto in cui si stringono mani o si promette “ascolto del territorio”, espressione ormai talmente abusata da sembrare una velata minaccia.
Degno di nota è anche il fenomeno del supporter digitale, figura emergente dell’ecosistema elettorale guardiese. Non è un militante: troppo faticoso. Non è un volontario: troppo impegnativo. È semplicemente qualcuno che condivide i post del candidato preferito con una velocità inversamente proporzionale alla propria conoscenza dei programmi amministrativi. La sua arma è il copia-incolla; il suo campo di battaglia, le bacheche degli amici. La sua analisi politica si esaurisce in tre parole: “Grande, vai avanti!” Eppure si sente parte della storia. Forse lo è davvero.
E non si dimentichi il comizio travestito da evento. Panem et circenses a gogò. La politica locale ha scoperto che qualsiasi occasione conviviale può diventare un palco, purché ci sia qualcuno pronto a scattare la foto giusta, con la luce giusta, il filtro giusto e — dettaglio non trascurabile — il giusto numero di persone sullo sfondo che fingano di ascoltare rapite.
Va poi aggiunto, per completezza di cronaca, il capitolo delle promesse programmatiche, genere letterario autonomo che meriterebbe una cattedra universitaria. Si tratta di documenti solenni — talvolta persino rilegati — nei quali si promette di tutto: riqualificazione, sviluppo, innovazione, turismo, cultura, attrattività, digitalizzazione e, immancabile, “una nuova stagione per Guardia”. Nuova stagione che, a giudicare dalla frequenza con cui viene annunciata, dovrebbe ormai aver prodotto un intero ciclo geologico. Il programma è lo spartito; il candidato, il direttore d’orchestra. Peccato che nessuno si preoccupi troppo di sapere se in paese ci siano ancora musicisti, o se anche loro, nel frattempo, siano emigrati altrove.
E così Guardia continua il suo eterno teatro: gli osti che vendono vino mediocre proclamandolo nettare divino, e gli esperti di paese che osservano dalla piazza spiegando come loro avrebbero prodotto un Barolo, salvo poi non aver mai piantato neppure una vite.
Nel mezzo restano i cittadini veri. Quelli che non fanno dirette Facebook, non scrivono post chilometrici, non dispensano strategie davanti al bar. Quelli che vorrebbero semplicemente un paese vivibile, una politica adulta, meno vanitosa e più concreta. Meno propaganda da osteria e più amministrazione. Meno ego urlato in streaming e più silenzioso senso delle istituzioni.
Ma forse chiediamo troppo. In fondo, a Guardia, la politica spesso non serve a governare. Serve soprattutto a continuare la recita. E il sipario, come sempre, calerà solo dopo il voto, per poi rialzarsi, qualche anno dopo, con gli stessi attori, le stesse battute e un fiasco di vino fresco da stappare.