La campagna elettorale a Guardia è entrata nella fase del duello fra candidati sindaci, ma a guardare bene sembra ormai ridotta a un eterno gioco dello scaricabarile. Da una parte chi governa da quasi sei anni — sulla scena politica da quasi quarant’anni, ricordiamolo — e continua a ripetere il ritornello dei “debiti ereditati”; dall’altra chi quei debiti li avrebbe lasciati e oggi si ripresenta come alternativa credibile, come se nulla fosse mai accaduto. Nel mezzo, i cittadini. Sempre gli stessi. Sempre chiamati a scegliere tra responsabilità negate e promesse riciclate.
Il comizio di piazza Castello del sindaco uscente Di Lonardo ha avuto un filo conduttore chiaro: “abbiamo trovato il Comune sulla strada del dissesto”, “abbiamo lavorato in silenzio”, “abbiamo rimesso i conti in ordine”. Una narrazione che, a forza di essere ripetuta, rischia di trasformarsi in una giustificazione permanente per tutto ciò che non è stato fatto. Una specie di scudo retorico, lucidato ad ogni elezione e rimesso in vetrina puntualmente.
Perché il punto vero è proprio questo: cosa è cambiato realmente a Guardia in questi anni?
Sei anni di amministrazione non possono essere liquidati con la semplice rivendicazione di aver evitato il dissesto. Governare un Comune non significa soltanto fare il ragioniere del bilancio. Significa avere una visione, creare sviluppo, dare opportunità ai giovani, rilanciare il commercio, migliorare i servizi, le infrastrutture, la vivibilità. E invece il paese ha continuato a vivere una lenta immobilità fatta di ordinaria amministrazione, annunci, progettazioni infinite e pochissimi risultati realmente percepibili dalla comunità.
La sensazione diffusa è che la tanto evocata “prudenza finanziaria” sia diventata soprattutto un alibi politico. Con la scusa dei debiti si è scelto di non rischiare mai, di non incidere, di galleggiare. Galleggiare, appunto: non governare, non trasformare, non decidere. Attendere che il tempo passasse e che la prossima campagna elettorale sistemasse i conti con la storia. Nel frattempo, però, alcune cose non sono mai mancate: i soliti rapporti consolidati, i piccoli equilibri di potere, gli affidamenti, le dinamiche clientelari che nei piccoli centri del Mezzogiorno sopravvivono stoicamente a ogni cambio di amministrazione, come certi funghi resistono a qualsiasi gelata. Nulla di clamoroso, per carità. Ma quel sistema fatto di favori, riconoscenze, appartenenze e privilegi distribuiti sempre agli stessi ambienti continua a essere il vero motore — e il vero collante — della politica locale.
E allora viene spontanea una domanda: se davvero la situazione economica era così drammatica da paralizzare qualsiasi iniziativa, come mai certe logiche non si sono mai fermate? Come mai non sono state almeno denunciate pubblicamente, con nome e cognome?
La verità è che il paese non ha percepito alcuna svolta. Non c’è stato quel cambio di passo che ci si aspetterebbe da chi si presenta come amministrazione del rigore e del rilancio. Si è amministrato per sopravvivere politicamente, non per trasformare Guardia. E oggi si chiede addirittura la continuità, come se i cittadini dovessero essere grati semplicemente perché il Comune non è fallito. Un’ambizione davvero alta, bisogna ammetterlo.
Ma sarebbe troppo comodo attribuire ogni responsabilità soltanto all’attuale amministrazione. Perché l’altra faccia della medaglia volendo è ancora più desolante: chi oggi — in ombra o alla luce del sole — si ripresenta come alternativa è parte integrante della stessa storia politica che avrebbe prodotto quei debiti e quelle criticità tanto denunciate dal sindaco uscente. In pratica, gli uni accusano gli altri di aver lasciato macerie, mentre gli altri contestano chi in sei anni non sarebbe stato capace di ricostruire nulla. Un dibattito edificante, senza dubbio.
E così Guardia Sanframondi si ritrova ostaggio di una politica che cambia i nomi alle liste ma raramente le facce, i metodi, la visione e le classi dirigenti. Le stesse famiglie politiche, gli stessi ambienti, gli stessi protagonisti che da decenni si alternano — o più spesso convivono — nei centri decisionali del paese. Cambiano gli slogan — “orizzonte”, “insieme”, “comune” — ma il copione resta identico. Anzi, si affina. Perché col tempo si impara almeno a recitarlo meglio.
Nel frattempo le attività arrancano, il tessuto sociale si indebolisce, i giovani se ne vanno e il paese sembra vivere più di ricordi che di prospettive. Eppure, a ogni tornata elettorale, la politica locale riesce nel prodigioso miracolo di autocelebrarsi comunque: chi per aver “salvato i conti”, chi per voler “ridare speranza”. Nessuno che faccia davvero autocritica. Nessuno che abbia il coraggio di ammettere il fallimento complessivo di un’intera stagione amministrativa e politica. Sarebbe chiedere troppo.
Forse il problema allora non è nemmeno chi governa o chi si candida. Il problema è l’idea stessa di amministrazione che continua a dominare nei piccoli comuni del Sud come Guardia: una politica senza coraggio, senza visione, spesso più interessata alla gestione del consenso — alla distribuzione calibrata di piccoli favori e grandi silenzi — che alla costruzione concreta del futuro. Una politica che non teme il giudizio dei cittadini perché sa, per esperienza consolidata, che alla fine i cittadini torneranno a votarla lo stesso. O a non votare affatto, il che fa ancora più comodo.
E allora sì, la domanda finale diventa inevitabile: dopo anni di accuse reciproche, bilanci disastrati, immobilismo cronico e promesse sistematicamente incompiute, perché i cittadini dovrebbero credere ancora agli uni o agli altri?
Forse non dovrebbero. Forse è proprio questo il primo passo.