Negli ultimi giorni, leggendo qua e là articoli e commenti sui social, ascoltando gli interventi dei candidati delle liste in campo, ho la sensazione che ciò che avviene a Guardia, in questa campagna elettorale, sia l’esatta descrizione letterale dello stato della vita socio-politica contemporanea. Siamo bloccati in un momento dal quale non riusciamo a scappare, intrappolati in cicli di eventi che si ripetono con la regolarità di un metronomo e con protagonisti che dicono le stesse cose in variazioni stilistiche appena diverse, incapaci di generare il minimo movimento reale. Le stesse parole, gli stessi attori, gli stessi scenari pseudo-politici.

Quella a cui stiamo assistendo non è la cronaca di una competizione elettorale: è una serie televisiva. È come se tutti stessero recitando una commedia dell’arte, dove i copioni sono stati dimenticati e si improvvisa ripescando il testo letto da qualche parte, con tanto di interruzioni pubblicitarie: amore per Guardia, impegno, bilanci farlocchi, risorse e finanziamenti, turismo esperienziale, visione, distretti agroalimentari di qualità… Espressioni che scorrono come titoli di coda, senza lasciare traccia concreta nella realtà che pretendono di descrivere.

Questo schema di dinamismo posticcio si ripete puntualmente: mentre in realtà siamo incatenati a cicli ricorrenti e incapaci di progredire. Immobilismo. La vita sociale, economica e politica assomiglia sempre più a una ruota che gira su sé stessa: il turismo a Guardia viene discusso fino all’ossessione; i candidati annunciano cambiamenti strutturali che rimangono solo sulla carta, si presenta il tutto come svolta epocale e si risponde con mosse di palazzo che nessuno sa bene come interpretare.

E poi c’è la questione delle narrazioni ricorrenti. Le dichiarazioni dei candidati finiscono per assomigliarsi, ripetendo le stesse tre frasi a ogni occasione pubblica. La ripetitività di questi tempi raggiunge il parossismo perché è una ripetitività senza progresso reale per la comunità. Non è come nella musica, dove la ripetizione può creare un effetto rituale capace di coinvolgere: qui produce invece stanchezza e, paradossalmente, cecità. Ascoltiamo le stesse cose con tale frequenza da finire per non sentirle più. Il rilancio del centro storico viene annunciato, disatteso e rinegoziato con una tale cadenza da svuotare di senso le parole stesse. “Rigenerazione”, “resilienza”, “sostenibilità”, “comunità di destino” diventano formule consumate, involucri linguistici buoni per ogni stagione e per qualsiasi schieramento. Allo stesso modo, quando si legge per l’ennesima volta di una nuova “iniziativa rivoluzionaria”, si intuisce già il finale: la realtà dei mesi successivi seguirà il canovaccio di sempre, con variazioni minime e risultati prevedibili.

Siamo dunque in uno stato di semi-coscienza divulgativa, in cui conosciamo tecnicamente i fatti ma non riusciamo a comprenderne la traiettoria, perché la traiettoria è circolare. Come un passeggero bloccato in una stazione che legge continuamente lo stesso giornale del giorno prima, sperando che nel frattempo il testo sia cambiato per magia. Gli annunci dei competitor (o presunti tali) alla carica di sindaco continuano a susseguirsi perché il flusso di novità mantiene viva l’attenzione, ma si tratta di novità apparenti, variazioni su temi fissi. E così rimaniamo incapaci di superare un momento che continua a ripetersi, mentre il mondo gira e la storia locale procede sotto una coltre di parole che sembrano nuove ma profumano sempre di stantio.

La conseguenza più insidiosa non è nemmeno l’immobilismo in sé, l’assenza di novità, quanto l’assuefazione che produce anche questa campagna elettorale. Quando una comunità si abitua alla ripetizione, smette gradualmente di aspettarsi il cambiamento. E quando smette di aspettarselo, smette anche di pretenderlo. È in questo passaggio silenzioso che la politica perde la sua funzione trasformativa e si riduce a una liturgia: un rito che si ripete ciclicamente senza incidere davvero sulla realtà.

Eppure, proprio nella consapevolezza di questo meccanismo potrebbe trovarsi un primo spiraglio. Riconoscere la ripetizione è il primo passo per interromperla. Significa pretendere un linguaggio più preciso, programmi verificabili, tempi e responsabilità chiare. Significa, soprattutto, rifiutare l’idea che il già visto sia inevitabile.

Spezzare questo ciclo richiede uno sforzo collettivo che va oltre la semplice alternanza tra candidati. Richiede una discontinuità nel modo di raccontare e di pensare il futuro di Guardia. Perché finché continueremo a descriverlo con parole già consumate, continueremo a costruire un presente che assomiglia troppo al passato.