Siamo un popolo meraviglioso, noi guardiesi. C’è qualcosa di profondamente stanco, e al tempo stesso prevedibile, nella rappresentazione andata in scena ieri sera alla villa comunale per la presentazione della lista del candidato sindaco Giovanni Ceniccola. Un copione già visto, consumato fino all’osso, che si ripete identico a sé stesso con una puntualità quasi rassicurante: musica, tavoli imbanditi, sorrisi di circostanza e una sequela di parole che scorrono senza lasciare traccia.

“Competenza”, “esperienza”, “visione”, “amore per il territorio”. Termini abusati, svuotati di significato dall’uso disinvolto che ne fanno proprio coloro che, negli anni, hanno contribuito a portare la comunità esattamente dove oggi si trova. È difficile non notare la distanza tra la solennità delle dichiarazioni e la concretezza dei risultati passati. Ancora più difficile è ignorare il paradosso: gli stessi protagonisti che oggi si propongono come soluzione erano, ieri, parte integrante del problema. Il riferimento implicito — ma neanche troppo — è a quella stagione -anni e anni – in cui Guardia è stata tranquillamente accompagnata verso la definizione di “Comune marginale”, senza che ciò suscitasse particolari sussulti di orgoglio o resistenze degne di nota. Una scelta, o forse una resa, che oggi nessuno sembra voler rivendicare, né tantomeno spiegare. Eppure, sarebbe proprio da lì che dovrebbe partire qualsiasi discorso serio sul futuro. Invece no. Si preferisce restare nel rassicurante territorio della retorica, dove tutto è possibile e nulla è verificabile. Si promette rilancio senza chiarire da quali fondamenta partire, si invoca il cambiamento senza mai fare i conti con le responsabilità pregresse. E nel frattempo si allestisce lo spettacolo: un perfetto esempio contemporaneo di panem et circenses, dove il consenso si cerca più nell’atmosfera che nei contenuti.

C’è poi un elemento che vale la pena sottolineare: l’assenza. Non quella fisica — di persone, ieri sera, ce n’erano — ma l’assenza di domande scomode, di voci dissonanti, di quel minimo di confronto dialettico che dovrebbe essere il sale di qualsiasi dibattito pubblico che si rispetti. Tutto scorre liscio, tutto è orchestrato perché scorra liscio. Il pubblico applaude nei momenti giusti, annuisce nelle pause previste. Una coreografia collaudata. Eppure basterebbe poco. Basterebbe che nelle rappresentazioni che seguiranno qualcuno alzasse la mano e chiedesse: cosa è cambiato, rispetto all’ultima volta? Quali errori riconoscete? Da dove ripartite, concretamente? Domande elementari, che in qualsiasi contesto minimamente esigente sarebbero considerate il punto di partenza. Qui, invece, suonerebbero come un’anomalia. Come un’interruzione indesiderata del rito.

La sensazione è che si continui a scommettere su una memoria corta, o forse su una rassegnazione diffusa. Come se bastasse ripresentarsi, cambiare compagni e compagnia e qualche slogan e confidare che, alla fine, tutto scorra come sempre. È una strategia che, a giudicare dalla storia recente, potrebbe anche funzionare.

E in questo, forse, sta la parte più amara della storia andata in scena ieri sera. Non tanto nei candidati — che fanno, in fondo, quello che i candidati hanno sempre fatto — quanto in una comunità che sembra aver interiorizzato l’impotenza come condizione naturale. Una comunità che si raccoglie sotto le luci della villa comunale, mangia, beve, stringe mani, e poi torna a casa con la vaga sensazione che tanto le cose non cambieranno. E quella sensazione, accarezzata e non combattuta, diventa profezia che si autoavvera. Resta da capire se, questa volta, i cittadini vorranno assistere passivamente all’ennesima replica o se pretenderanno finalmente qualcosa di diverso: meno spettacolo e più verità, meno parole e più responsabilità.

Nel frattempo, il sipario si è alzato. E si attende, senza troppe illusioni, la contro-rappresentazione della lista capeggiata dall’ex sindaco Di Lonardo. Perché, a ben vedere, il rischio più grande è che cambi il palco, ma non la commedia.