C’è un punto che non può essere aggirato con eleganza retorica: quando a proporre oggi “nuove” visioni è una figura che da più di trent’anni occupa stabilmente la scena politica locale – ricoprendo ruoli di primo piano quali sindaco, assessore, assessore provinciale, consigliere comunale e, da ultimo, vicesindaco nella passata amministrazione – il tema non è tanto la bontà delle idee, quanto la loro credibilità nel tempo.
L’intervento che abbiamo letto di Carlo Falato ha un merito: richiama la necessità di concretezza, di obiettivi misurabili, di tempi e risorse definiti. Un richiamo condivisibile, persino ovvio, soprattutto in una fase preelettorale in cui i cittadini chiedono meno dichiarazioni di principio e più risultati tangibili. Tuttavia, proprio per questo, sorprende che chi oggi invoca pragmatismo e modelli anglosassoni non abbia ritenuto di applicare gli stessi criteri durante gli anni in cui ha avuto responsabilità dirette di governo, fino a pochi giorni fa.
La proposta del bilancio partecipato, nel merito, non è affatto da respingere. È uno strumento già sperimentato in molti comuni italiani e può rappresentare un’opportunità per rafforzare il rapporto tra amministrazione e cittadini. Ma è inevitabile porsi una domanda semplice: perché questa idea non è stata introdotta negli ultimi cinque anni, quando l’estensore dell’articolo sedeva in giunta come vicesindaco? Se davvero si ritiene che partecipazione, trasparenza e condivisione siano priorità, perché non tradurle in atti concreti quando se ne aveva la possibilità?
Non si tratta di polemica sterile, ma di coerenza amministrativa. La politica non può essere un luogo in cui le idee maturano solo in campagna elettorale, salvo poi restare sospese una volta ottenuta la responsabilità di governo. Al contrario, la continuità tra ciò che si propone e ciò che si realizza è il vero banco di prova dell’affidabilità di una classe dirigente.
C’è poi un ulteriore elemento che merita attenzione. Il bilancio partecipato, per funzionare davvero, non può ridursi a una misura simbolica – per quanto apprezzabile – limitata a 50.000 euro. Deve inserirsi in una visione più ampia di amministrazione condivisa, capace di coinvolgere i cittadini non solo nella scelta di piccoli interventi, ma anche nella definizione delle priorità strategiche del territorio. Senza questo salto di qualità, il rischio è che diventi uno strumento più comunicativo che trasformativo.
Infine, il richiamo alla “pragmaticità anglosassone” appare suggestivo, ma incompleto. La vera lezione di quei modelli non risiede soltanto nella progettazione dettagliata, bensì nella responsabilità politica: chi governa risponde delle scelte fatte e di quelle non fatte. Ed è su questo terreno, più che sulle intenzioni future, che si misura la credibilità di ogni candidato.
Le idee, dunque, sono sempre benvenute. Ma quando arrivano da chi ha già avuto a lungo il potere di realizzarle, è legittimo – anzi doveroso – chiedere conto del passato, prima ancora di discutere del futuro.