Da noi il tempo sembra essersi fermato. Non nel senso poetico, da cartolina turistica buona per Instagram, ma proprio nel senso più concreto e ostinato: a Guardia Sanframondi la politica è una fotografia ingiallita che nessuno ha il coraggio — o forse l’interesse — di cambiare.
Tra qualche giorno si vota. E già questo, sulla carta, dovrebbe evocare l’idea di scelta, di alternative, di futuro. Ma basta sfogliare mentalmente gli album dei consigli comunali degli ultimi anni per capire che più che un’elezione sembra una rimpatriata. Le stesse facce, gli stessi nomi, le stesse traiettorie politiche elastiche, capaci di passare con disinvoltura dalla maggioranza alla minoranza, e viceversa, senza che nessuno si senta in dovere di spiegare troppo. Non è trasformismo, sia chiaro. È “esperienza”. O almeno così viene raccontata.
E così, mentre il mondo cambia, mentre altrove si discute di innovazione, sostenibilità, partecipazione, qui il dibattito resta saldamente nelle mani di chi lo occupa da decenni. Non lo anima: lo occupa. Come un posto assegnato, come una sedia che non si lascia, anche quando scricchiola.
A tal proposito c’è un punto, nell’intervento propagandistico di uno di loro, un candidato cosiddetto “esperto” apparso ieri sui social, che merita di essere preso sul serio: l’invito a non trasformare la campagna elettorale in una gara di promesse vuote. È condivisibile. Il problema è che, a Guardia Sanframondi, il rischio opposto — quello di rifugiarsi nell’“esperienza” come unico argomento — è diventato la regola, non l’eccezione. Dire “metto a disposizione la mia esperienza” dopo decenni di presenza in Consiglio Comunale non è una promessa neutra: è una dichiarazione politica precisa. È il problema. Significa rivendicare continuità. E la continuità, quando i risultati non sono all’altezza delle potenzialità di una comunità, non è necessariamente un valore.
Nel pezzo si parla di fiducia. Ma la fiducia non è un sentimento astratto da evocare nei post delle buone intenzioni: è una conseguenza. Nasce quando i cittadini percepiscono che esiste spazio per idee nuove, per energie diverse, per un reale ricambio. Quando vedono che la politica non è un circuito chiuso in cui gli stessi nomi si alternano, si riciclano, si riposizionano. Perché il punto non è “dire male” del paese. Il punto è chiedersi, con onestà, perché una comunità viva come la nostra fatichi a rinnovare la propria classe dirigente. E qui la responsabilità non è di generici “catastrofisti”, ma anche — e soprattutto — di chi quello spazio lo occupa da anni. Non si tratta di demonizzare l’esperienza. Si tratta di evitare che diventi un alibi. Perché se l’esperienza non ha prodotto quel salto di qualità che oggi tutti, a parole, invocano, allora è legittimo chiedersi se non sia proprio il momento di cambiare prospettiva. La fiducia, forse, si ricostruisce così: smettendo di chiedere ai cittadini di essere orgogliosi “a prescindere” e iniziando a dare loro motivi concreti per esserlo. Anche accettando che il cambiamento possa passare attraverso volti, idee e metodi diversi da quelli di sempre. Altrimenti più che un “festival delle buone intenzioni”, continuerà a sembrare una replica. E il pubblico, prima o poi, smette di applaudire.
La domanda allora sorge spontanea, quasi ingenua nella sua semplicità: è davvero impossibile un ricambio generazionale? Davvero in una comunità viva, intelligente, ricca di energie come Guardia Sanframondi non esiste una nuova classe dirigente capace di emergere?
La risposta, purtroppo, sembra stare nelle liste elettorali. I giovani ci sono, certo. Ma spesso appaiono più come una quota da rispettare che come una forza da valorizzare. Inseriti come contorno, come foglia di prezzemolo su un piatto già deciso, raramente come protagonisti di una visione diversa. Devono esserci, ma non devono disturbare. E così il copione si ripete. Cambiano gli slogan, cambiano i nomi e i loghi delle liste, ma la sostanza resta immutabile. Un teatro in cui gli attori sono sempre gli stessi, e il pubblico — cioè i cittadini guardiesi — viene chiamato ogni volta ad applaudire una rappresentazione già vista.
Il punto non è demonizzare chi c’è da anni. L’esperienza può essere un valore, quando non diventa monopolio. Il problema è quando il passato smette di essere una base e diventa un recinto. Quando la politica smette di essere un luogo di confronto e diventa una proprietà privata a uso esclusivo. Forse il vero nodo non è nemmeno la mancanza di alternative. È la difficoltà, quasi culturale, ad accettarle. Perché il cambiamento non è comodo, non è rassicurante. E in un equilibrio consolidato da decenni, rompere gli schemi significa mettere in discussione non solo i nomi, ma anche abitudini, relazioni, piccoli e grandi equilibri.
Così si preferisce l’usato sicuro. Anche quando è evidentemente logoro.
E allora sì, tra qualche giorno si voterà. Ma più che scegliere il futuro, si avrà la sensazione di confermare il passato. Ancora una volta.