C’è un momento preciso, a Guardia Sanframondi, in cui accade qualcosa di straordinario: le buche si moltiplicano, i cani randagi diventano filosofi erranti, i parcheggi si trasformano in performance artistiche contemporanee e il degrado, fino a ieri timido e riservato, decide finalmente di mettersi in mostra. Questo momento coincide, curiosamente, con l’avvicinarsi delle elezioni.

Per cinque anni, silenzio. Le strade? Percorsi sensoriali per testare le sospensioni. I cani abbandonati? Presenze discrete, quasi parte del paesaggio. Il parcheggio selvaggio? Una forma di espressione individuale, una libertà costituzionale non ancora riconosciuta. Poi, all’improvviso, ecco la rivelazione collettiva: “A Guardia è tutto un disastro!”

Nascono così le “anime belle”, figure mitologiche che si manifestano solo nelle settimane che precedono il voto. Hanno un dono raro: la vista selettiva. Per cinque anni non notano nulla, ma a un certo punto sviluppano una sensibilità acutissima per ogni crepa nell’asfalto e ogni sacchetto fuori posto. È un risveglio civico, certo. Tempestivo come un ombrello venduto durante un’alluvione.

E allora via con i post indignati, i commenti accorati, le analisi profonde: “Queste criticità devono entrare nei programmi!” Come se i programmi elettorali fossero una sorta di lista della spesa dell’ultimo minuto: “Pane, latte, decoro urbano e due chili di senso civico, grazie.”

Il punto, però, è un altro. Le criticità non nascono con i post su Facebook, e nemmeno si risolvono con un paragrafo ben scritto in campagna elettorale. Alcuni problemi sono amministrativi, certo. Altri, molto meno comodamente, sono culturali. Perché il parcheggio selvaggio non lo decide il sindaco, e i rifiuti non si abbandonano per decreto.

Ma ammetterlo rovinerebbe la narrazione. È molto più semplice immaginare un colpevole unico e un momento salvifico: le elezioni. Un po’ come credere che basti cambiare il telecomando per migliorare il programma.

Vale anche la pena osservare, con la dovuta malizia, che questa indignazione a orologeria ha una geografia ben precisa: nasce sempre altrove. È il vicino che parcheggia male, è l’amministrazione che non interviene, è il passante che abbandona i rifiuti. Mai, in nessun caso, è chi scrive il post. L’anima bella è per definizione innocente: osserva, denuncia, condivide, e poi torna a casa lasciando l’auto sul marciapiede con la quarta freccia accesa, come se il lampeggiante fosse un salvacondotto morale. La coerenza, si sa, è una virtù poco social.

C’è poi un altro personaggio che merita menzione: il candidato illuminato, colui che raccoglie l’indignazione stagionale e la trasforma in programma. Con serietà istituzionale elenca priorità, fotografa buche, promette interventi. È sincero? Forse sì. Ma c’è qualcosa di malinconico nel vedere problemi decennali presentati come scoperte recenti, come se il territorio fosse stato appena colonizzato e non vissuto, mal curato e ignorato per lustri da tutti: amministratori, cittadini e candidati compresi. La campagna elettorale non è un’amnesia: è uno specchio. E riflette, con fastidiosa nitidezza, cinque anni di disattenzione collettiva.

In fondo, questa improvvisa ondata di indignazione ha anche un lato positivo: dimostra che l’attenzione esiste. Peccato che spesso sia stagionale, come le zanzare o le feste patronali estive. Arriva, punge, crea rumore, fa caos… e poi sparisce, lasciando tutto più o meno com’era.

Forse la vera rivoluzione sarebbe un’altra: meno anime belle a tempo determinato e più cittadini a tempo pieno. Ma questa, si sa, a Guardia è una proposta poco elettorale. Non promette miracoli immediati, non fa like, e soprattutto non si attiva a comando.

Molto meglio continuare così: ignorare per cinque anni e indignarsi con precisione chirurgica nelle ultime quattro settimane. Un modello efficiente, collaudato… e perfettamente dissestato, proprio come le strade di cui tutti, improvvisamente, si accorgono.