Guardia Sanframondi si avvicina all’ennesimo appuntamento elettorale con una sensazione che, più che politica, è esistenziale: la ripetizione. Le stesse facce, gli stessi cognomi, le stesse promesse che si rincorrono da anni senza lasciare tracce visibili di cambiamento.

E allora il dilemma, semplice solo in apparenza, diventa quasi paralizzante: da cittadino elettore di questa comunità, chi votare, se a contendersi la guida del paese sono coloro che, direttamente o indirettamente, ne hanno accompagnato il lento scivolamento nell’irrilevanza?

Non si tratta di nostalgia per un passato idealizzato, né di sterile disfattismo da parte di chi scrive, che pure ha tentato di imprimere – senza riuscirci, evidentemente – una svolta all’atto della composizione delle liste. È piuttosto la constatazione di una stagnazione che ha trasformato la politica locale in una sorta di circuito chiuso, dove il ricambio è più apparente che reale.

Le prossime elezioni, in questo contesto, rischiano di diventare un rito svuotato, un’alternanza senza alternativa. Eppure rinunciare al voto o cedere al cinismo sarebbe la risposta più facile e, probabilmente, la più dannosa. Perché il problema non è solo “chi” si presenta, ma anche “come” si sceglie. Continuare a votare per appartenenza, per consuetudine o per semplice riconoscibilità significa alimentare esattamente quel meccanismo che si critica. Se invece il voto diventa uno strumento di valutazione – severa, concreta, documentata – allora anche un panorama apparentemente immobile può incrinarsi.

Guardia si conferma una fucina di imprevedibili e fantasiose novità politiche. Se avesse, in altri campi – dal turismo alla cultura –, un simile livello di inventiva, crescerebbe a tassi invidiabili. Intanto il camaleontismo della cosiddetta classe dirigente guardiese si esercita in quasi impercettibili movimenti di distinguo, in una fase di oggettiva difficoltà, dopo anni di convinto e persino entusiasta consenso. La tradizione è rispettata.

La domanda, dunque, andrebbe forse riformulata: non più “chi votare”, ma “perché votare qualcuno”. Quali idee porta? Quale visione propone per un paese come Guardia che rischia di scomparire dai radar economici, culturali e sociali? E soprattutto: quali responsabilità si assume rispetto al passato recente? Senza una risposta a queste domande, ogni candidatura resta una scatola vuota, indipendentemente dal nome che porta.

Chi scrive lo denuncia da anni: Guardia non è condannata all’irrilevanza per destino, ma per inerzia. E l’inerzia, a differenza del destino, può essere spezzata. Non necessariamente con un volto nuovo – che, da solo, non basta – ma con un atteggiamento diverso da parte della comunità: più esigente, meno indulgente, meno disposta ad accettare il “meno peggio” come unica opzione.

In fondo, la vera sfida di queste elezioni non è scegliere tra candidati in fondo simili, ma decidere se continuare a partecipare a un gioco già scritto o provare, finalmente, a cambiarne le regole.

È in questo senso che la responsabilità non è solo dei candidati – soprattutto giovani -, ma anche di chi, pur insoddisfatto, rinuncia a strutturare la propria critica in proposta. Una comunità che si limita a lamentarsi ha già, in un certo senso, delegato il proprio futuro a chi ha il coraggio – o l’ambizione – di presentarsi comunque. Guardia ha bisogno non soltanto di nuovi amministratori, ma di una nuova cultura civica: quella di chi non si accontenta di votare il meno peggio, ma pretende di sapere perché sta votando, per cosa, e con quale prospettiva concreta di cambiamento. È un esercizio faticoso, forse impopolare. Ma è l’unico che possa trasformare un’elezione da rito in atto politico.