A Guardia Sanframondi, quando arriva la campagna elettorale, non servono manifesti: basta uscire di casa. C’è infatti una tradizione non scritta — non un segnale isolato, ma una condizione persistente, tramandata di generazione in generazione con più zelo del ragù della domenica —: salutare tutti. Ma proprio tutti. Non importa se li conosci, se li hai visti una volta nel ’98 o se li hai intravisti di spalle al bancone del bar: tu saluta. E saluta bene.
Non importa se un malessere profondo attraversa, in modo sempre più evidente, l’intero sistema socio-politico guardiese: sintomi già percepibili da tempo, ma manifestatisi con chiarezza nell’avvicinarsi delle amministrative di maggio. Non importa se dietro la patina di ostentata sicurezza, dietro la dichiarata “potenza di fuoco” del consenso, emergono fragilità profonde, personali e collettive. Se la narrazione politica, è costruita soltanto su ruoli, equilibri e prospettive, e si infrange contro la realtà dei fatti. Non importa se l’immagine che si tenta di proiettare non regge alla prova concreta. Se la disinvoltura, la sfrontatezza e le certezze ostentate da alcuni protagonisti di entrambe le liste si scontrano con ciò che realmente accade. La mancanza di unità, i personalismi esasperati, la spregiudicatezza di certi comportamenti e la totale assenza di principi e di correttezza istituzionale che negli ultimi decenni hanno generato un vero e proprio cortocircuito.
È dentro questo quadro che va letto quanto accaduto con la presentazione delle liste per le amministrative: non un episodio isolato, ma il segnale più evidente di un sistema in affanno.
A questo punto la domanda è inevitabile: è il potere che, a Guardia, finisce per spaccare tutto? O è la logica della mescolanza politica — dettata dalla convenienza dei singoli — a impedire qualsiasi reale coesione? Perché, al di là delle appartenenze, ciò che emerge è una distanza crescente tra politica e cittadini. E quella mescolanza, fatta di incroci opportunistici tra schieramenti che un tempo si guardavano in cagnesco, è oggi parte del problema, non della soluzione. Anzi, è diventata il problema stesso, travestito da pragmatismo.
Intanto godiamoci il fenomeno di queste ore. Ed è un fenomeno quasi antropologico, degno di studio.
Il candidato medio, che fino a due settimane fa praticava il nobile sport dell’evitamento dello sguardo — perfezionato negli anni con dedizione certosina —, improvvisamente sviluppa capacità relazionali degne di un diplomatico in missione all’ONU. Stretta di mano vigorosa, sorriso a trentadue denti (anche se qualcuno è in ferie) e quell’inconfondibile frase: «Come stai? Tutto bene?», pronunciata con una partecipazione così autentica da far pensare a un’amicizia decennale. Peccato che il tuo nome lo stia recuperando mezzo secondo dopo, sfogliando mentalmente un archivio piuttosto lacunoso.
E naturalmente non basta ricordare il nome: bisogna anche contestualizzarti. «Tu sei il figlio di… aspetta… di Giovanni? No, di Peppino. Ah, di Filomena. Certo, certo, lo sapevo.» Il tutto scandito da cenni del capo sempre più convinti, come se il tuo albero genealogico fosse una scoperta entusiasmante. Ma il bello è che non ci si limita ai conoscenti. No, qui si va oltre. Il saluto diventa inclusivo, democratico, quasi cosmico: anziani, bambini, persino cani e gatti.
E poi c’è la versione itinerante: il saluto da automobile. Il candidato rallenta, abbassa il finestrino e, con una destrezza che sfida apertamente il Codice della Strada, dispensa sorrisi e cenni come se stesse benedicendo la folla. Il clacson diventa uno strumento musicale: una sinfonia elettorale in do maggiore, con variazioni in caso di traffico.
Naturalmente, il cittadino di Guardia non è ingenuo. Sa benissimo che questo surplus di cordialità ha una data di scadenza stampata sopra, anche se non è visibile a occhio nudo. Come i panettoni a gennaio, anche i saluti elettorali tendono a sparire misteriosamente dopo il voto. Il candidato, tornato alla sua forma originaria, recupera l’antica arte del passo svelto e dello sguardo altrove; e, se proprio ti incontra in un vicolo senza via di fuga, si rifugia nel cellulare con la concentrazione di un neurochirurgo in sala operatoria.
Eppure, diciamolo: c’è qualcosa di tenero in tutto questo. Per qualche settimana, Guardia diventa un luogo dove tutti si parlano, si sorridono, si riconoscono. Un esperimento sociale involontario, in cui la politica, anziché dividere, unisce: almeno sul piano del “buongiorno”. Il problema è che “buongiorno” non è un programma elettorale. O forse, a ben vedere, a Guardia lo è diventato.
Chissà, forse la vera rivoluzione non sarebbe nei programmi — ammesso che qualcuno li legga —, ma nel mantenere viva questa abitudine anche dopo. Saluti spontanei a marzo, sorrisi autentici a luglio, strette di mano a novembre: senza bisogno di urne né di promesse dimenticate nel cassetto.
Sarebbe quasi sconvolgente. Ma, nel dubbio, prepariamoci: la prossima volta che qualcuno ci saluterà con entusiasmo sospetto, controlliamo il calendario. Potrebbe essere già di nuovo campagna elettorale.
O potrebbe essere che qualcuno abbia già ricominciato a contare i voti. In anticipo. Come da tradizione.
To be continued…