Non volevo più parlare di Guardia Sanframondi. Ma sono molto, molto arrabbiato. Arrabbiato di una rabbia fredda, lucida, razionale, che elimina ogni indulgenza. Stavolta parlo. Rompo il silenzio che avevo scelto, che mi ero imposto per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio perché ho saputo che alcune cicale di lusso — politici o cosiddetti tali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di cittadini — si comportano sostanzialmente sempre allo stesso modo. E sono molto, molto arrabbiato. Arrabbiato di una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi impone di riprendere a parlare e a scrivere di Guardia ancora di più. Perché sono molto, molto arrabbiato. Arrabbiato, e come me molti, tanti, troppi cittadini che, di fronte all’ennesimo colpo di scena delle ultime ore, hanno ruggito: siate arrabbiati. Fa bene essere arrabbiati. È sano.

Eppure mi ritenevo vaccinato, e in sostanza lo sono. Niente mi sorprende più. Nemmeno quando mi arrabbio, nemmeno quando mi sdegno. Per questo ho deciso di ricominciare a scrivere di Guardia Sanframondi. Perché sono molto, molto arrabbiato. Arrabbiato di una rabbia fredda, lucida, razionale, che elimina ogni indulgenza; e ho sul groppone il peso di settant’anni di certezze che le cose non cambieranno mai. E allora perché grattugiarsi ancora i cabasisi, inondarsi di bile e fiele per ribadirlo nei miei scritti, oppure stordirsi con i Pink Floyd e cullare anima e cuore con cose belle — fossero anche solo ricordi — quando tutto è così chiaro e immutabile? Ma, nonostante la logica spietata di questo “perché”, ricomincio lo stesso, almeno fino a quando non interverrà il motivo primo a dirimere la questione in via definitiva. E ricomincio dicendo che ritengo una stronzata l’idea “tutti insieme appassionatamente”, che, per “il bene di Guardia”, occorra mettere da parte le incomprensioni anche con la peggior feccia del pianeta Guardia, perché questo, a detta dei soliti “scienziati”, servirebbe a non far vincere l’avversario. La realtà, piuttosto squallida, è semplicemente che, al netto dei proclami e delle chiacchiere inutili, in questo paese in molti, troppi hanno l’esigenza che il sistema degli equilibri rimanga quello che è e garantisca la massima stabilità. Convinto com’è che il massimo della politica sia il quieta non movere et mota quietare, senza pericolose velleità di cambiare le cose. Non la scelta giusta, quindi, ma quella dell’opportunismo politico a favore dei propri interessi.

Il cambiamento che servirebbe a questa comunità, evidentemente, esiste solo nell’animo di qualche meraviglioso essere che continua a crederci, recitando suo malgrado la parte dell’eccezione che serve a ribadire la regola. Il “sistema” che conta — quasi tutti grassi e rubicondi — è composto per lo più da usurpatori della figura di quel Cristo al quale la domenica mattina dicono di ispirarsi, ma che, se nascesse oggi, la maggior parte di loro butterebbe fuori dal tempio a calci nel culo.

Niente di nuovo, certo, ma lo sapete bene: io ribadisco solo banalità.

Però, da quasi ateo, stavolta ci avevo creduto anch’io, prima che questi soggetti — non a caso sulla scena pubblica da quasi cinquant’anni — ripristinassero in fretta i ruoli, riportando tutto alla misera normalità di prima.

Che i politici (o presunti tali) guardiesi fossero la declinazione più squallida fra le attività del genere umano non lo scopro certo oggi; ma da uomini di fede che predicano valori di cristianità e giustizia, credo sarebbe lecito aspettarsi di più. E invece sono tutti buoni solo per la trascrizione dei loro nomi negli archivi comunali, nelle cronache miserabili di questi tempi, nelle statistiche del periodo in cui sono stati in carica; ma nessuno di loro verrà ricordato come chi ha avuto il coraggio di provare a cambiare le cose in meglio per questa comunità. E non resterà nemmeno traccia delle loro nefandezze: se anche la storia venisse scritta da qualcuno di onesto, mancherebbero prima la capacità di comprendere e poi la memoria per ricordare.

Io di certo non li accetto – non li ho mai accettati -, e non li accetto certo dopo quanto è successo oggi. Se poi, per queste mie idee, e in base a certi schemi dilaganti di ignoranza e ottusità, vi piace definirmi “uno capace solo di criticare”, fatelo pure, e chissenefrega. Del resto penso che, oltre agli esponenti dell’attuale “classe” politica e ai suoi megafoni, potremmo essere in tanti a Guardia a essere definiti così: lo vedremo il 24 e 25 maggio prossimi.

Di sicuro, chi fra qualche giorno inizierà la campagna elettorale, e chi si presenterà al giudizio dei cittadini, dovrà fare delle scelte — o delle “non scelte” — chiare, evidenti, definitive, coraggiose (e io sarò lì a ricordarglielo). Ma certe scelte, statene certi, non le faranno mai. E questo perché, come ho già detto più volte, il sistema va mantenuto così com’è e non c’è nessuno che avrà mai il coraggio di consegnarsi alla storia di questo paese. Nessuno disposto a stupirci con un gesto, un’azione che mi renderebbe orgoglioso di appartenere alla “razza” guardiese, invece di sentirmi da sempre un orso fuori posto e fuori tempo. Nessuno, fra quelli che contano, che abbia le mie, le nostre stesse idee e la nostra visione della comunità — e dev’essere proprio così.

Purtroppo potrei continuare anche con chi si dichiara antagonista a questo “sistema” — giusto per non farmi mancare niente e stare sulle palle a chiunque — perché anche loro sono teatranti della stessa commedia, fanno parte dello stesso sistema e non sono affatto disposti a cambiarlo. Nessuno di loro sarà qualcosa di più di una data negli archivi comunali. Posso capirlo. A loro, almeno a quelli fra loro che stimo, dal basso della mia nullità vorrei solo dire che vincere non basta e non serve a nulla se il prezzo è la propria anima e perfino il senso di quello che si è. O di ciò che si era.