A Guardia Sanframondi la politica sembra muoversi dentro un circuito chiuso, dove le opere pubbliche non seguono una traiettoria lineare ma ritornano ciclicamente, come stagioni mai concluse. Il caso del completamento dell’impianto sportivo “Sebastiano Guidi” è emblematico: una struttura che già ventisette anni fa veniva ereditata in condizioni di abbandono e che ancora oggi rappresenta più una promessa – nonostante il finanziamento ottenuto di ben 1,5 milioni di euro – che una realtà pienamente compiuta.
La domanda non è soltanto quanto si sia speso in tutti questi anni — milioni di lire prima, euro poi — ma come queste risorse siano state impiegate. Sarebbe interessante conoscere quanti milioni di lire sono stati già spesi nel corso degli anni per questa struttura sportiva che 27 anni orsono fu ereditata dal Sindaco Ceniccola in uno stato di completo abbandono…
Come sono stati spesi gli ultimi 500 milioni di lire lasciati in eredità dal Sindaco Ceniccola? Risorse che oltre un quarto di secolo addietro avrebbero dovuto segnare un punto di svolta.
Invece, a distanza di anni, resta una sensazione diffusa: quella di interventi frammentati, mai davvero risolutivi, incapaci di trasformare l’incompiuto in un’opera funzionale e stabile per la comunità. E qui emerge un nodo politico più profondo e più ampio. Perché le stesse opere — il campo sportivo “San Filippo Neri”, l’asilo nido e sede del COC comunale di via Parallela, Palazzo Nonno, alcune strutture del centro storico — riaffiorano puntualmente alla fine di ogni mandato? Non si tratta di una semplice coincidenza temporale. È il segno di una programmazione che fatica a tradursi in risultati concreti, oppure di una strategia comunicativa che preferisce riproporre progetti “riconoscibili” piuttosto che presentarne di nuovi e verificabili.
Il rischio, in questi casi, è duplice. Da un lato si alimenta la sfiducia dei cittadini, che vedono ripetersi le stesse promesse senza poter misurare con chiarezza i progressi compiuti. Dall’altro si genera una sorta di immobilismo amministrativo, in cui le priorità restano sospese, mai definitivamente chiuse, sempre pronte a essere riattivate nel momento politicamente più conveniente.
Non si tratta di negare la complessità amministrativa o le difficoltà legate ai finanziamenti pubblici. È noto che iter burocratici lunghi, vincoli tecnici e cambi normativi possano rallentare — talvolta bloccare — la realizzazione delle opere. Ma proprio per questo la trasparenza diventa essenziale. I cittadini hanno diritto di sapere quanto si è speso nel passato, per quali interventi specifici, quali lavori siano stati completati e quali restino ancora sulla carta.
C’è però un aspetto che merita di essere indagato con maggiore franchezza: la ricorrenza degli stessi progetti nei documenti programmatici di amministrazioni diverse non è soltanto un problema politico, ma potrebbe essere il sintomo di una carenza strutturale nell’apparato tecnico del Comune. Un ente dotato di un ufficio progettuale efficiente e aggiornato sarebbe in grado di intercettare nuovi bandi, elaborare proposte inedite, rispondere con prontezza alle opportunità offerte dalla programmazione regionale, nazionale ed europea. Se invece si continuano a riproporre le medesime opere — spesso con titoli appena ritoccati e stanziamenti sempre provvisori — è lecito chiedersi se l’amministrazione disponga davvero delle risorse umane e delle competenze tecniche necessarie per andare oltre la gestione dell’ordinario. La ripetizione non è un metodo: è la spia di un’incapacità di rinnovarsi.
Va detto anche che questo modo di procedere ha un costo nascosto, difficile da quantificare ma reale: ogni volta che un progetto viene rimesso in cantiere dopo anni di stasi, occorre aggiornarne la progettazione, adeguarla alle nuove normative, rivedere i computi metrici, spesso affidare nuovi incarichi professionali. Risorse pubbliche che si consumano non per costruire, ma per ricominciare da capo. Un ciclo dispendioso che potrebbe essere spezzato soltanto da una pianificazione seria, con tempi certi, responsabilità chiare e verifiche periodiche accessibili alla cittadinanza.
C’è infine una stranezza culturale che attraversa trasversalmente la politica locale di Guardia, e che raramente viene nominata con la necessaria chiarezza: la difficoltà — quasi un tabù — di riconoscere il lavoro svolto da chi ha amministrato prima. Ogni nuova giunta sembra voler riscrivere la storia da zero, rivendicando come proprie le opere avviate da altri, oppure ignorando del tutto i passi compiuti dalle amministrazioni precedenti. Questo atteggiamento non è soltanto ingeneroso: è controproducente. Impedisce la costruzione di una memoria amministrativa condivisa, quella continuità istituzionale senza la quale nessun progetto complesso può davvero essere portato a termine.
Riconoscere che un’opera è stata avviata, finanziata o progettata da altri soggetti non è una concessione politica: è un atto di onestà intellettuale che rafforza la credibilità di chi governa e restituisce ai cittadini una lettura corretta della realtà. Al contrario, cancellare o sminuire il contributo altrui alimenta quella cultura della discontinuità che è, forse, la vera radice del problema: ogni mandato riparte da zero, ogni progetto si azzera, e la comunità paga il prezzo di questa incapacità di costruire nel tempo.
La questione, allora, va ben oltre il singolo impianto sportivo. Riguarda il metodo con cui si amministra il territorio. Una politica che ripropone ciclicamente gli stessi progetti senza portarli a compimento rischia di trasformare la pianificazione in narrazione, più che in azione concreta. E a lungo andare, questa distanza tra parole e risultati diventa il vero problema.
Forse la domanda più scomoda, ma anche più necessaria, è proprio questa: nel resto del paese è davvero tutto a posto? Oppure ciò che manca è una visione complessiva capace di uscire dalla logica della ripetizione, per restituire a Guardia Sanframondi un’idea di sviluppo coerente, misurabile e finalmente realizzata?