Due figure, lo stesso linguaggio del sacrificio, ragioni opposte. La partita politica di Guardia raccontata da chi non riesce a restarne fuori.
Stanno lì, e scalpitano. Forse è vero che dai margini del campo si vedono meglio certe cose. Ma quello che si vede, a Guardia – nel campo dell’attuale maggioranza –, è soprattutto questo: Carlo Falato e Raffaele Di Lonardo che si agitano visibilmente ai bordi della partita politica locale, con modi sorprendentemente simili nonostante le ragioni profondamente diverse che li spingono. Entrambi mantengono un atteggiamento di disponibilità sussurrata. Entrambi si espongono appena quel tanto che basta per rimanere nella conversazione. Entrambi usano il linguaggio del servizio come scudo contro l’accusa di ambizione. Come ci sono arrivati, però, e soprattutto come lo gestiscono, racconta storie quasi opposte.
Carlo Falato, dopo quarant’anni di attività politica locale, cinque anni fa ha detto stop. Una scena di ritiro consapevole dal campo, una vacanza che però è durata poco. Nei cinque anni successivi infatti ha continuato a occupare posti all’apparenza marginali ma strategicamente visibili: vice-sindaco, assessore, celebrazioni, riunioni pubbliche… La sua non è ancora una candidatura a sindaco: è una presenza. Una presenza sempre accompagnata da quella tonalità particolare, quella cadenza del sacrificio che trasforma ogni apparizione in atto di abnegazione. Come se il problema non fosse che lui vuole restare protagonista, ma che Guardia ha bisogno di lui.
Il suo ultimo post è esemplare nella sua trasparenza involontaria: “Personalmente ritengo che chi abbia svolto un primo mandato abbia il diritto di potersi candidare a un secondo mandato…”. Ecco, allora, che il Municipio è il suo campo naturale, e il suo scalpitare ha la cadenza stanca di chi non riesce davvero a staccarsi dalle luci.
Raffaele Di Lonardo arriva da una strada completamente diversa. Non è abituato al confronto perché, semplicemente, non ha mai dovuto affrontarlo. Del resto non lo ha mai cercato nessuno per candidarlo sindaco di Guardia: si è autocandidato. Il risultato è che anche Di Lonardo si agita ai bordi di quella stessa contesa di cinque anni fa, giocata insieme a Falato, con lo stesso vocabolario del sacrificio e del dovere morale, e con parole quasi identiche: “…un secondo mandato è una scelta logica da perseguire…”.
La differenza fra Falato e Di Lonardo non è nel linguaggio: quello è identico. La differenza è nella sostanza. Uno non riesce a smettere, l’altro non sa ancora come cominciare davvero. Falato scalpita perché, al di là dell’immagine monastica, è intrinsecamente combattivo: la lotta politica è il suo elemento vitale e non sa farne a meno. Di Lonardo scalpita perché vorrebbe, ma forse non sa come stare veramente dentro la partita: gli manca la pratica di perdere e rialzarsi, la durezza di combattere dentro il proprio fallimento prima ancora che contro l’avversario interno.
L’esperienza quarantennale nell’agone locale non manca neanche a lui, certo. Ma il contesto è diverso, e pesa. A Guardia, come in politica in generale, non vince necessariamente il migliore. E quando i caratteri non si sono formati nel conflitto quotidiano, nelle sconfitte amministrative, nel confronto diretto con una vera opposizione, allora tutto si riduce a comunicazione, tutto diventa tattica, tutto diventa il tentativo di restare rilevanti senza rischiare davvero nulla.
La politica locale ha i suoi rituali di iniziazione, e non si aggirano impunemente. E come suggerisce sempre Carlo Falato: “…la storia amministrativa di Guardia ci può testimoniare, portare il tutto all’ultimo giorno in cui verrà fuori un nome estratto dal cilindro e tutti dovranno o bere o affogare.”
Se le cose continueranno così, la notte prima delle elezioni sarà ancora molto lunga. E figurarsi l’arrivo della luce del giorno.