Breve digressione sulla politica stra-paesana (cit.). Come li compatisco, i panzaiuoli. Un tempo fiorivano, sui rami della pianta di fronte il Municipio erano appesi a grappoli, brillavano giulivi nei cieli della politica stra-paesana, per dirla in gergo ceniccolese. In fondo è trascorso poco più di un ventennio dalla nascita di un miracolo tutto guardiese e quello che segue è solo un cazzeggio. So bene che ci sono cose ben più importanti in questo paese su cui intervenire. Ma tant’è.

Dicevamo quindi del panzaiuolo. Il panzaiuolo era un incrocio tra il favorito e il panchinaro. Adesso prova a dare del panzaiuolo a qualcuno, rischi la querela. Perché oggi il panzaiuolo è un animale estinto o quiescente e i superstiti sono tornati al mestiere d’origine: si fanno chiamare coltivatori, artisti, o meglio artisti della vigna, imprenditori, pensionati, perfino giornalisti. Qualcuno s’improvvisa perfino politico. A me panzaiuolo? Dillo a tua sorella. Direbbero all’istante. Perché è scomparsa la materia prima, il nemico, quelli di Amedeo, della Cantina, o il fenomeno è irriconoscibile alle loro analisi, sono saltati i paradigmi e le ideologie. È rimasto un fritto misto ma di cosa non si sa. Ridicoli poi quei robottini residui, quei cloni che dagli scranni comunali sparano sui social per dire la loro filastrocca di buoni propositi. Davanti a questo spettacolino, i panzaiuoli, come il mangiadischi e i distributori di gettoni telefonici, a Guardia oggi sono fuori mercato. E la politica è solo una postilla a non si sa bene chi, una variante del virus in attesa di vaccino. Sicché il panzaiuolo si è atrofizzato, prima gli si sono paralizzati gli arti, destro e sinistro, poi dopo le convulsioni antipanziane rientrate nell’ovile, è rimasto stecchito. Il panzaiuolo oggi è soltanto un monologante. O un politico virtuale o mancato. O peggio, è un guardone che si fa molti film nella testa, quasi sempre smentiti dalla realtà. Ma non è colpa sua. Anch’io un tempo ero tacciato di essere panzaiuolo, poi mi curai, riuscii a smettere. Ora mi piace scrivere del panzaiuolo in tre modi, il comico, per coglierne il lato ridicolo e grottesco e non solo; il nostalgico e infine il pensieroso, per cercare almeno l’alito di un pensiero da parte dei suoi surrogati dopo la fine del cazzeggio.