Quant’erano belli, novelli, entusiasti. I social li ritraevano sorridenti sereni e tonici nel Palazzo appena espugnato: il primo (della lista) radioso, sfrontato, chiamato a grandi imprese come un novello condottiero; il ruspante, con quel viso segnato dal sole; quello preparato, “navigato” e bravo coi numeri; i giovani avvocati, lo sportivo e la neo laureata; e poi lei, la donna dai capelli ramati che emana un “fascino naturale”. La donna impegnata che ha promesso di battersi per far valere i principi fondamentali di tutela dei deboli, la paladina della fluidità che si definisce su facebuk, “una tosta”. Una capetta che fa la spavalda per nascondere l’insicurezza e attacca per difendersi da nemici immaginari. Perciò facciamocela una risata, visto che i nostri “competenti” forniscono materiale a questo genere nobile per via della loro inclinazione all’ipocrisia, la temono e cercano di imbavagliarla. La risata, il cui etimo rimanda alla viva allegria e divertimento, svela tutta la loro inconsistenza, togliendo loro autorevolezza.

Il nostro è un paese difficile, si dice sempre, lo dicono tutti. Eppure la verità è che è una comunità difficile perché ha bisogno di cura e amore. E la cura e l’amore sono le cose più difficili da dare, da fare, perché richiedono presenza, impegno, sacrifici, condivisione. Il nostro è un paese difficile, perché ancora non si vede chi questa comunità dovrebbe amarla più di tutti, la sua guida. Una comunità che merita di più, perché sotto quella polvere di trascuratezza c’è un piccolo tesoro che dovrebbe farci dire: Beati noi! Invece c’è solo un continuo concorso a premi per chi la spara più grossa. Un continuo indignarsi sempre per tutto. Si potrebbe dire “chi è causa del suo mal pianga sé stesso”, se il mal non fosse il nostro. Perché c’è gente che ancora non si è resa conto di quanto sia scadente il personale politico a cui si è affidata (da vent’anni a questa parte, almeno). E non potendoli purtroppo affidare agli infermieri per un bel Tso collettivo, non resta che guardarli e farsi quattro risate. “Che cosa vieta di dire la verità ridendo?”, chiedeva Orazio nelle Satire. E come ridicolizzare protagonisti della politica che si ridicolizzano da soli? Chiamati a guidare questo antico paese di contadini e che qualcuno ancora si ostina a chiamarli “competenti”, senz’accorgersi che qualunque aggettivo diverso da “competenza” li nobilita. Per loro, al di là dei casi singoli, vale il detto di Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Qui gli indizi del loro dilettantismo sono una caterva. E sollevano una gigantesca questione politica di selezione della nostra classe dirigente, da sempre nascosta dal consenso elettorale.

Ma perché sono ridicoli? Perché questi sono allenati da anni di padronato, che ha esposto le loro facce e le loro lingue a contorsioni ben più temerarie. Ora, anche se al posto del padrone, ci sono loro, sono sempre gli stessi. E non rischiano più di perdere la faccia: casomai ne avessero una, l’hanno persa da un pezzo. Il loro segreto, appunto, è non avere una faccia. Così puoi dire di tutto senza perderla. “Faccia? Quale faccia?”. In soli tre anni hanno realizzato una specie di veni, vidi, vici in chiave moderna. Gente che non ha avuto solo l’ambizione di fare molta strada, ma di farla tutta. Gente (a loro dire) determinata, essenziale e diretta, come il look che il ruspante sceglie la mattina per salire al comune. Che quando non festeggiano s’adontano, mettono il broncio, fanno i capricci, e quando la realtà incrina lo specchio del loro narcisismo, piagnucolano, alzano i toni, e chiamano la maestra. Sottovicecapi che sanno solo stare tutto il giorno a chattare post sui social che siano al contempo ficcanti e spiritosi, emozionali e incisivi: a disegnare scenari di potere; a parlare del “loro” onorevole, di cosa ha detto, fatto, farà; a blandirlo, e a credere di usarlo facendosene invece usare; a malignare con gli “amici”, e insieme a rilanciare i post di troll e anonimi, da esporre all’orda dei loro fan (finti e veri). È il canovaccio del teatrino della politica paesana. Oggi, ad esempio, e da un paio di settimane almeno, dopo una soffiata su Facebook, non si parla d’altro che della batracomiomachia Pnnr. Risultato: per questa comunità non cambia nulla. Solo sceneggiate e controsceneggiate, chiacchiere e controchiacchiere. Si ripete paro paro lo spettacolo quotidiano di quello che c’era prima: tutti inseguivano i suoi milioni, le sue meraviglie, le sue sceneggiate e le chiacchiere e lui si gonfiava come la rana di Esopo.

C’è sempre stato un momento, nella storia di questa comunità, che somiglia al punto di rottura del vetro blindato: lo colpisci un’infinità di volte e resiste, poi prende un colpetto in un punto debole nascosto e si crepa tutto o va in mille pezzi. Non sappiamo se per i nostri “competenti” quel momento, o quel punto, arriverà, ma ne ha tutta l’aria. Intendiamoci: nulla che possa farli cadere. Ma qualcosa – vedremo se e quando – sembra essersi rotto nell’idillio con la loro gente. Non per merito dell’opposizione, inesistente. Ma per merito loro: hanno fatto tutto loro.