Tre anni fa ho seguito tutto: la campagna elettorale, il voto, le promesse a salve di chiunque, le minacce (finte) di qualcuno, il teatrino di quelli che c’erano prima, il suicidio di chi si è candidato da tutt’altra parte, il martirio dell’eterno aspirante a un posto al sole, la regolare trombatura di ragazzi e ragazzi di belle speranze. Tutto. Mi sono inebriato delle paturnie di quello di prima, meravigliato della ricomparsa di fenomeni scartati già dieci anni fa e adesso riciclati e addirittura promossi ad assessori e assessore. Chi non ricorda le loro reazioni giulive al vibrare gaio del microfono di piazza Castello, gli sguardi languidi e complici con i colleghi di lista. I loro discorsi, la declamazione del menu delle cose da fare, altrettanto scontate e anch’esse senza indicare soluzioni, e dove sono previste sono quelle sbagliate, o proporre le solite ricette che andranno a premiare gli amici di sempre. Solo una stucchevole overdose di contenuto zuccherino da mandare direttamente in coma diabetico. Bizzarro, per gente che (in teoria) viene dall’opposizione proporre una versione dell’agenda di quello di prima peggiore e ancora più dell’originale.

Ho seguito tutto, e senza emozionarmi neanche un po’, nemmeno quando sul Castello gli attuali amministratori dichiaravano che si sarebbero aperti alla società civile. Non sono rimasto abbacinato da cotanta dichiarazione: nessuno, in quella circostanza, avrebbe detto cose diverse. Io mi sforzo di valutare le persone per la loro storia, per quello che sono, che dicono e che fanno, o che hanno fatto: uomini, donne, o marziani che siano.

Ma ho visto anche un sacco di altre cose. Ho ascoltato la voce di chi ha perso, in verità ho solo sentito il rumore delle loro voci che esalavano le solite parole, scontate come e più di sempre. E mentre non le sentivo guardavo però le loro facce: “Le solite facce e i soliti accordi…”, per citare il grande Jannacci, come se la musica fosse ancora quella, come se il disastro degli anni trascorsi non li riguardasse. E in quel rumore indistinto ho intrasentito qualche ciancia su quanto sarà dura l’opposizione che faranno. Loro, che l’opposizione non sanno nemmeno come si faccia, visto che non l’hanno mai fatta e hanno preteso di amministrare, di fatto riuscendoci, anche senza il voto degli elettori guardiesi. Gente autoreferenziale, visto che l’ultimo sindaco che abbiamo avuto non era proprio amatissimo e se non siamo stati capaci nemmeno di sostituirlo e lo abbiamo dovuto “costringere” a un secondo mandato mentre lo stesso avrebbe voluto vagabondare per cantieri come si fa a quell’età. Poi mi sono chiesto: siamo sicuri che gli attuali sostituti fossero i migliori di tutto il mondo guardiese? Quelli più amati dalla gente, più ancora delle cucine Scavolini e della Cuccarini che gli faceva lo spot.

È inutile girarci intorno. Guardia ha i politici che si merita, quelli che esprimono al meglio le caratteristiche dei componenti del popolo. A qualsiasi livello di rappresentanza. E state certi che anche chi in futuro ricoprirà quei ruoli sarà sempre come se fosse uno di noi, farà esattamente le cose che faremmo noi al suo posto. Oddio, magari non proprio tutti e qualcuno non si sentirà rappresentato fino in fondo; è perfino plausibile che gli gireranno a vedere certi ceffi sempre alla guida del paese, ma basterà definire questi sparuti asociali come qualunquisti, disfattisti, critici per partito preso, ecc. ecc…, che subito verranno emarginati, e resi così innocui. Diventeranno eccezioni del tutto trascurabili a fronte della regola acquisita e mai in discussione che resta quella del consenso, del “tengo i voti”.

In questi tre anni a volte ho pure pensato che nel frattempo potrebbero essere migliorati, ma ho concluso che no, siamo rimbecilliti noi. Mi sono financo chiesto come abbia fatto l’umanità guardiese ad evolversi in tutti questi anni con gente così. E mi sono risposto che infatti non si è evoluta neanche un po’.  

Adesso vorrei fare con voi qualche altra riflessione, però.

So che vi siete già rotti di leggere, non saprei nemmeno darvi torto, perciò vi chiedo scusa se la faccio lunga, ma c’è un momento per la sintesi e uno no. In ogni caso se nel frattempo vi scende il latte alle ginocchia andate pure e lasciate perdere: c’è sempre la pagina Facebook del Comune, veloce e sintetica, e di certo più in linea della mia con questo nuovo soffiar di vento.

Il mio paese aveva seimila abitanti fino a pochi anni fa, oggi ne ha poco meno di cinquemila (di cui almeno un dieci venti per cento provenienti da altre parti oppure ospiti stranieri). Non un esodo biblico, sia chiaro. Se però pensiamo a queste partenze, alle fughe di oggi, alla crisi demografica, alla inettitudine e all’insensibilità di chi ha amministrato e amministra, capiremo il perché dello spopolamento, della solitudine, della tristezza del nostro paese. Ma forse è meglio intercettare lo sguardo allegro e felice di chi è rimasto, nonostante la catastrofe.

Dicono che Guardia sia destinata a morire. Vero! Come tutti i borghi appenninici del nostro martoriato Mezzogiorno. Muore, scompare, chiudono attività, luoghi come centri di vita, di storia, di relazioni e perisce anche la memoria di storie, volti, case, fatiche. Eppure Guardia non è un luogo “fantasma” (non ancora, perlomeno): è un luogo che interroga, pone domande, e oggi esige risposte.

Soprattutto quell’elettorato trasversale, che tre anni fa in quel particolare momento ha creduto nella svolta, nel cambiamento, nel progetto condiviso (slegato dalle ideologie di parte) e finalizzato esclusivamente al bene comune e al territorio. E che si sarebbe aspettato perlomeno un’apertura sociale nella condivisione delle scelte e che il merito e l’amore per il territorio fossero le basi necessarie per essere scelti e responsabilizzati nell’oneroso compito di trainare il carro. Elettorato che oggi si sente preso in giro e crede si sia persa una grande opportunità e ritiene necessario – a maggior ragione in vista dell’appuntamento con i Riti – perlomeno un confronto aperto, trasparente, leale e chiarificatore, tra chi governa e i cittadini. Invece il familismo amorale e la pressoché assenza di dialogo, hanno caratterizzato questi tre anni di attività politico-amministrativa, con la conseguenza che è stata occlusa ogni possibilità di crescita, rendendo difficile ogni cambiamento. Una volta era colpa di quelli che c’erano prima, un’altra dei soldi che non ci sono mai, un’altra ancora del tordo che tarda, ma il risultato è stato quello. Elettorato che oggi lamenta anche una mancata trasparenza riguardo le scelte di politica economica e quelle legate alla spesa, che negli anni scorsi si sono dimostrate improduttive, svantaggiose e fallimentari. E che ritiene che nessun beneficio concreto sia pervenuto alla cittadinanza dal pagamento dei contributi comunali, sia in termini di costo che in quelli legati prettamente ai servizi. Anche in campo culturale e ricreativo, ritiene insoddisfacente l’operato di questa amministrazione.

Cosa possiamo fare? Nelle prossime settimane, come associazione “Oltre” (il nome non è scelto a caso), coinvolgeremo i cittadini nella costruzione di proposte e progetti alternativi per la collettività (e questo esclude già chi ha gestito nell’ultimo ventennio la nostra comunità).

Per ora, buone vacanze!