Ma è vita questa?

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Ma basta, non ne possiamo più. Se per salvarci dal virus dobbiamo rovinarci la vita, rinunciare all’umanità, vegetare da dementi impauriti sotto vetro, aridatece il rischio di vivere. Capisco l’allarme per un nemico ancora sconosciuto – il mostriciattolo partito dalla Cina che ha messo in ginocchio il mondo intero -, la profilassi, la prevenzione, la cautela. Rispetto il dolore di chi ha perso una persona cara. Ma qui stiamo perdendo la testa per salvarci la pelle, ci stiamo invigliacchendo davanti alla prima minaccia di tosse o di starnuto; stiamo sfasciando definitivamente un paese già scassato, con la sanità e con un’economia in ginocchio, un sistema sfibrato, città morte e ospedali pieni, case chiuse pur di schivare il virus. Viviamo l’uno contro l’altro, ricchi contro poveri, tra garantiti e non, tra chi vuole più stato, più ordine, più autorità, più disciplina e ubbidienza, più coesione nazionale e chi invoca più libertà. Non sembra di vivere nello stesso paese di inizio 2020 e degli anni precedenti. Tutto è cambiato, anzi si è capovolto, sul filo del coronavirus e della paura. Non solo, ovviamente, per le misure eccezionali adottate, provvedimenti a volte adottati senza una logica; ma per il messaggio che le accompagna, il sostrato profondo a cui si appella. Viviamo ormai da mesi, tra noia e paranoia, nel Nosocomio Italia, un immenso Rione Sanità, un paese ospedalizzato, un popolo trattato da cagionevole a priori e a prescindere, costretto a diffidare di ogni incontro tra umani e a giudicare adunata sediziosa e contagiosa ogni riunione di persone, a cena, al cinema, a scuola, nei bus, ovunque. L’introversione diviene bene pubblico e la convivialità è arma impropria. Nella prima ondata avevamo la primavera davanti, ora ci sono le tenebre dell’inverno. C’è un mix di paura per la salute e il portafoglio. Ma soprattutto è inaccettabile che gli italiani siano stati presi in ostaggio dalla tv. È l’unica a guazzare nel contagio, a lucrare sul virus. La tv ripete all’infinito su tutte le reti il Virality show, che è il reality virale in tempo reale, sul virus. Nei talk show lo schermo vomita tonnellate di banalità, montagne di sproloqui sul morbo e alterna rassicurazioni e allarmi. Tutto per vantare grandi ascolti. I telegiornali – se si escludono le vicende americane – sono ormai da mesi monografici, monomaniacali, parlano solo di contagi, quarantene e variazioni sul tema. Si va da un ospedale all’altro, da un vip asintomatico a un vip deceduto, da un morto a un guarito, da uno scampato a un positivo, senza mai una deviazione di percorso. Oggi la tv decide pure quale colore ci meritiamo: se giallo, arancione o rosso. Ci sentiamo come leoni in gabbia e scimmie in cattività, ammaestrati a vivere nascosti, barricati in casa, esortati di continuo a isolarsi, a non frequentare nessuno, a uscire solo quando è necessario, a evitare viaggi e ogni genere di circolazione. Ogni giorno si cancellano impegni, stiamo impazzendo, prima o poi faremo una sciocchezza. Ogni moto affettivo diventa infettivo. Va bene tutto, a maggior ragione quando è in gioco la nostra salute, la mascherina, il tampone, il saluto col gomito; ma non si può vivere a lungo in questa desolazione generale, la scomparsa dell’umano e del sociale. Siamo alla riduzione di ogni discorso, di ogni attività. Non avrai altro tema al di fuori del coronavirus. Non si parla più di vita sociale, di politica e di economia, di turismo e di commercio se non in relazione al virus; non si parla d’altro perché ogni discorso comincia e finisce con il coronavirus. Mattina pomeriggio e sera, vita morte e miracoli del virus. Basta, finitela con questa fissazione se non volete scatenare una reazione isterica di massa. La gente non ha più fiducia, e se non la rispetti ti fa capire che ti viene a prendere sotto casa. Se tu non spieghi loro quali sono i 21 parametri che determinano la colorazione di una zona rossa o arancione e gli chiedi solo di rispettare la legge zitto e muto, il cittadino si sente lontano dal sistema democratico perché viene trattato da suddito. Ecco le folle davanti ai palazzi del potere.

Non nego la gravità del momento, non contesto la prevenzione ma la psicosi verbosa e morbosa che l’accompagna. Non si parla d’altro e non si fa altro. Tutti che diventano virologi e sciorinano precetti sanitari, analisi complottiste sul retro-virus; tutti seguono in diretta la partita col virus, la classifica delle città e delle regioni infette diventa il nuovo campionato. Tutto il virus minuto per minuto. Un’ossessione, un rincretinimento ipocondriaco di massa. I fondamentalisti vedono la mano divina o diabolica nel contagio e annunciano la fine del mondo; gli ottimisti giulivi sorridono sotto le mascherine e dicono che prima o poi finirà. Ma anche loro non smettono mai di parlare del virus. Allarmisti o minimalisti, tutti lì, a fare la danza del virus. Meno male che è quasi pronto il vaccino dell’americana Pfizer (definito come il più veloce della storia dell’umanità) e che entro la fine dell’anno potrebbero essere messe in circolazione 50 milioni di dosi. Notizia non a caso subito salutata come “incoraggiante” dal ministro della Salute Roberto Speranza: “Notizie incoraggianti ma serve ancora tanta prudenza”. Tradotto: ci troviamo ancora in un mare di guai…

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