Un governo col morto o un governo del cambiamento?

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Che categoria meravigliosa che sono i giornalisti italiani. Se avessero diritto al voto – ha scritto qualcuno – solo giornalisti, conduttori, mezzi busti, opinionisti, showmen di Rai, Mediaset, Sky, La7, Tv2000, l’esito elettorale del 4 marzo sarebbe stato più o meno il seguente: 70% Pd, 20% Bonino, 8% Leu, 2% altri. E gli intellettuali da salotto? I cosiddetti radical-chic. Quelli che dalla ricercata Capalbio vogliono che il Pd sostenga o faccia un governo con il Movimento 5 Stelle? Espressioni diverse di una sinistra al caviale in cerca di rappresentanza, travolta dal renzismo: l’intellighenzia che non ha esitato nel prospettare “l’unica strada” che resta da percorrere al Pd per non scomparire “definitivamente”, quella di un via libera in Parlamento a un governo M5S-Pd. Balzati sul carro dei Cinque Stelle nei minuti successivi alla proclamazione dei risultati delle elezioni politiche. Minuti? Diciamo pure frazioni di secondo. Gli stessi che appena quattro anni fa erano tutti super renziani, ma a fine 2011 il loden divenne la divisa d’ordinanza e furono tutti montiani: ce lo chiedeva l’Europa. Ovviamente un attimo prima erano tutti berlusconiani gaudenti, prima ancora dirsi seguaci del professor Prodi era un vanto. Arroganti e al tempo stesso deprimenti. Al pari dei politici inetti, responsabili dell’orribile stallo in cui è paralizzato il nostro vituperato Paese. Significativa è l’istantanea di Calenda dei giorni scorsi, “La nostra sconfitta è figlia della crisi dell’Occidente; ma i governi Renzi e Gentiloni sono stati i migliori della storia d’Italia”: peccato che quattro italiani su cinque non la pensino così. Capisco, ma non condivido il sogno dell’intellighenzia capalbiese, dei giornalisti, dei conduttori, dei mezzi busti, degli opinionisti. Perchè un’alleanza del M5S con i transfughi del Pd e con la “ditta” sarebbe un suicidio, perché in antitesi al cambiamento che il voto del 4 marzo ha espresso in modo inequivocabile, sia da sinistra che da destra. E poi non sta al M5S salvare un “sistema” che ha fatto di tutto per tagliarlo fuori, a cominciare da una legge elettorale dichiaratamente fatta apposta. La domanda da porsi quindi è se al M5S convenga un’alleanza con il Pd, nel momento che il Pd dei temi che dovrebbero accomunarlo al M5S se ne frega altamente, mentre è chiaro che vorrebbe fare un accordo con Berlusconi. Certo, il M5S un’alleanza la deve fare se vuole governare. I governi sono governi. Con l’eventuale accordo Cinque Stelle e Pd governeranno: faranno leggi, finanziarie, decreti, si confronteranno con l’Europa, segneranno i confini della politica estera, definiranno i piani sulla sicurezza e sull’immigrazione. Ci saranno nomine, spartizioni, rapporti con istituzioni, banche, industrie, questioni di Stato e parastato. Il governo significa potere e la prima regola della politica è che nessuno rinuncia volontariamente al potere una volta che lo ha tra le mani. Tutto questo senza considerare che i parlamentari, nuovi e vecchi, non hanno alcun interesse a sgozzare nella culla la legislatura. Una volta che si battezza un governo l’interesse diffuso è farlo durare più tempo possibile. Oggi però, è inutile negarlo, sia Salvini che immagina una destra senza Berlusconi e sia Di Maio che sogna un Pd marginale, sia larga parte dei loro rispettivi elettori, vagheggiano un sistema bipartitico con la Lega da una parte e i Cinque Stelle dall’altra. Certo, non è facile arrivarci e le incognite sono tante, ma un punto da cui partire c’è: un sistema elettorale a forte vocazione maggioritaria. Un maggioritario secco, un doppio turno, un proporzionale con premio di maggioranza. Un governo di scopo. Per il presente e per il futuro. Per il potere di scandire il tempo della politica. Quanto stare, dove andare, cosa fare e il momento più conveniente per tornare al voto: non troppo presto e neppure troppo tardi. È la scelta dell’ora e del terreno in cui dare battaglia. Per questo è senza dubbio più affidabile ed auspicabile un alleanza tra i due vincitori che nelle loro battaglie hanno tanti temi in comune e soprattutto temi concreti che hanno spinto gli elettori a votarli. Sia chiaro, l’eventuale governo Salvini-Di Maio non è una costituente. Non serve a riscrivere le regole del gioco al buio e per tutti. È una mossa strategica fondamentale, con l’obiettivo di rivoluzionare lo scenario politico e scardinare la Seconda Repubblica. Solo così potremo sperare nel tanto auspicato cambiamento, altrimenti che si ritorni al voto per verificare cosa ne pensano gli elettori… più che i giornalisti e i frequentatori di Capalbio.

1 comments on “Un governo col morto o un governo del cambiamento?”

  1. POVERO PD CHE FINE CHE HA FATTO.PER CHI HA SEMPRE VOTATO PER IL PARTITO DEMOCRATICO VEDE CHE HA FALLITO NON ESISTE PIU’ IL PD E ANCHE LA SINISTRA E’ SPARITA DEL TUTTO.

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