La politica dei servi

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La composizione di queste liste elettorali è ancora una volta il frutto dell’ennesima legge elettorale imperfetta. Di fatto è solo la sintesi di un’esigenza che pone come obiettivo primario l’elezione dei prescelti. Una ulteriore mortificazione della partecipazione democratica degli elettori. Liste senza coraggio. Pavide. Senza sguardo sul futuro, senza energia. L’esempio illuminante dell’espressione “mercato delle vacche”. Il Pd, proprio ieri notte, ha dato un esempio illuminante dell’espressione “mercato delle vacche” scadendo al livello più infimo al quale può scendere una formazione politica. Capilista nel listino bloccato di un collegio, e poi in un altro collegio, in un altro e in un altro ancora, per paura di non essere eletti, pensando che almeno in uno su quattro il seggio scatterà. Naturalmente il bulletto di Rignano sull’Arno che ha stilato le liste lo ha fatto con criteri estremamente oggettivi: ha scelto solo i suoi fedelissimi (i maligni li chiamano leccaculo, ma quelli sono maligni). Un senso di disgusto. Un potere così aggressivo, intimamente corrotto e distante dalla società non s’era mai visto prima. Si continua a inseguire il potere, tralasciando un valore sempre più raro: il dovere. Il dovere è un patto sacro con te stesso. È non sputarsi in faccia la mattina davanti allo specchio.

Il quadro odierno è disarmante, l’Italia sembra un Paese da chiudere. Forse perché – come ha scritto qualcuno -, non abbiamo avuto una Rivoluzione ma solo la Resistenza. È un Paese che abbindoli con poco e la politica l’ha capito. Non c’è un’idea, una speranza. Ma solo putride clientele e molesti questuanti tipici della vecchia e corrotta politica. La coperta sotto la quale oggi trovano rifugio furbi, beneficiati ed aspiranti al reddito facile. Luoghi dove l’ignoranza diventa un vanto, una vanagloria. Dove l’ignoranza diventa prepotente, autoritaria, istituzionale. Dove la competenza e i meriti specifici diventano inutili, superflui, non riconosciuti, anzi mortificati, azzerati, ignorati, giudicati alla stregua di un vezzo, di un capriccio, di un diletto autoreferenziale. Dove l’ignoranza diventa autorità costituita, che non riconosce il valore e la sostanza individuale di una persona, equiparandola a tutte le altre se non nell’atto del suo servile inginocchiamento.

È questa la vera antipolitica. Nessuna valutazione sulla persone, sulle qualità e sul merito, sul lavoro svolto e sulle idee, sulle attitudini e sul valore. Se Maria Elena Boschi, ad esempio, nella scorsa legislatura si è immolata esclusivamente per il bene dei risparmiatori di Etruria, degli orafi e dei cittadini dell’aretino, perché diamine si candida col paracadute a Bolzano? Non solo sono la peggiore classe dirigente politica di sempre. Sono pure messi così male da doversi costantemente dissociare dai loro territori di appartenenza e da loro stessi. In quelle liste tra i nomi che balzano agli occhi ci sono quelli, consueti, dei notabili locali. In Campania, ad esempio, c’è il figlio di De Luca. E c’è soprattutto quel Franco Alfieri, passato alla storia per la “frittura di pesce” che avrebbe dovuto offrire ai compaesani per convincerli votare sì al referendum costituzionale. Solo mercato delle vacche, appunto. Solo leccaculismo, sodalizi, cordate, appartenenze, capricci umorali, sfizi del capo. Che comporterà servilismo, corsa al ribasso, cooptazione dei peggiori e, nella migliore delle ipotesi, immobilismo.

Ma come si fa a trovare una recondita motivazione per votare Pd? Quali speranze ha questo Paese? Cosa immagina questa gente per questo Paese? Oggi non c’è nessuno che si accorga delle sue difficoltà. L’insofferenza alla politica è uno stato d’animo. Chi ha governato in questi anni ha perso ogni relazione con la vita, le sue esigenze, la sua pratica quotidiana. Ha desertificato intere comunità, umiliato il lavoro, distrutto l’ambiente. I voti si comprano e si vendono. È un mercato che va avanti da anni. La politica è divenuta solo rancore, nessuno pensa al domani, a quel che bisogna fare per costruire una società migliore. Non unisce, non è vicina ai cittadini, non discute più, non crede nella mutualità, nella solidarietà. E chi ha ancora qualche idea in testa, qualche bandiera in testa cosa può fare se non astenersi? Non c’è più, come si legge in un commento sulla Rete, neanche Davide contro Golia. L’elettore non conta, questa è la verità. Non conta nulla. È vero, soprattutto al Sud, il voto di preferenza era dominato dai soliti noti. Ma almeno c’era la possibilità di sostenere uno contro l’altro, si poteva almeno tentare di sostenere candidati degni. All’elettore è stata negata persino quella modestissima concessione. Davanti a questo mercato per molti l’ultima istanza è il rifiuto, il non voto. Come Josè Saramago scrisse nel “Saggio sulla lucidità”, “sento amputato un mio diritto ma avverto la necessità di reagire così: non votare è l’ultima forma di resistenza possibile”. Ecco perchè, la politica dei servi, vince su tutti i fronti. Questo è il vulnus del discorso. Non rimane che confidare nel vento che tira nel Paese, sperando che non cambi verso o che non sia soltanto una brezza.

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