Se il futuro dell’Italia si traccia dalla D’Urso

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Venite, siori, venite, 80 euro, anzi, ottantacinque euro (lordi). E io, ma va mi rovino, mille euro al mese con l’aggiunta della dentiera, la sparizione del bollo auto, università gratis per tutti e vacanze gratis alla Maldive. Ammazza, e questi sarebbero gli statisti che si presentano come argini al populismo. Il populismo non è la malattia che corrode, il pericolo per la nostra democrazia, ma è la risposta – inadeguata, forse – alla democrazia in pericolo, alla democrazia malata. Capite? Siamo in campagna elettorale. Siamo in Italia. Un Paese dove c’è una campagna elettorale che non vincerà nessuno. Il fatto è che non ci sono vie di scampo. Ci sono soltanto due opzioni possibili. Salvezza o dannazione. Tanto anticorpi in Italia non ce ne sono più. Malaffare e corruzione dominano indisturbate. L’Italia riparte, proclama ancora il Pinocchio fiorentino… sì, verso il Terzo Mondo. Ma che gliene frega agli elettori (soprattutto del Pd) del Terzo Mondo? Questa è gente che vota a prescindere e se ne frega delle inchieste, degli abusi, dei conflitti d’interesse ecc… Che sia Gentiloni o Renzi o Orfini o Pinco Pallino non importa, ciò che conta, per costoro, è il potere. Cosa molto probabile grazie alla legge elettorale che si sono inventati. Questo il quadro oggi in Italia. Siamo preoccupati? Ma no, dai, siamo in campagna elettorale, come si fa a essere preoccupati se ormai il gradimento degli italiani per la politica è pari all’ortica strofinata sui genitali. Se qualunque cosa dirai in questi giorni può essere usata contro di te, da chiunque, amici e nemici. Si è pro o si è contro, non esiste terza via. Se parli del M5S sei renziano, se critichi il Pd sei grillino, se critichi Berlusconi sei anti berlusconiano e pure comunista, se critichi la Lega sei un buonista e di nuovo se sei leghista sei razzista. Se la sola possibilità che i Cinque Stelle possano in qualche modo spuntarla nel torneo elettorale getta in tale sconforto i partiti e partitini che si ritengono assunti a tempo indeterminato dalla mangiatoia Italia, da indurli a rottamare il personaggio catalizzatore di tutto il malumore e la rabbia del Paese. Se la rappresentanza, come ormai è ben chiaro, non viene scelta dall’elettore; sono le oligarchie, i capi partito a decidere chi mandare in Parlamento. E grazie all’alchimia dei dosaggi, delle liste e delle coalizioni, un voto passa da così tante rifrazioni che entra in un modo ed esce in un altro. Se la volontà popolare si riduce dunque a una passeggiata pomeridiana. Se tra le pieghe più grottesche di questa legge elettorale c’è la questione dell’uno per cento, che un po’ fa ridere e un po’ fa piangere, frattaglie sparse che a elezioni concluse possono andare dal capo della coalizione, e dirgli: beh, ti abbiamo portato mezzo milione di voti, che vogliamo fare? E via, si tratta: poltrone nei consigli di amministrazione, ai vertici delle partecipate, se va male qualche presidenza di Asl e se va bene ci scappa pure un sottosegretario. Ma soprattutto se l’Italia del futuro si traccia dalla D’Urso, nel salotto del quieto crepuscolo domenicale. L’appuntamento da Bruno Vespa è più per nottambuli ed esperti. Se è lì che si disegnano scenari apocalittici, di povertà presente, e in via di spaventoso allargamento, con una possibile decimazione del ceto medio, cioè di tutti noi. Se è lì che, nello stesso momento, tra una fiction su loro stessi e un sorriso, si prospettano soluzioni e si dice: ci-penso-io. No. Basta. Vi abbiamo raccontati abbastanza. Sono decenni che vi raccontiamo. Vi siete fatti i seggi in Parlamento. E la situazione sociale non è mutata di un millimetro. Vi siete fatti le carriere, con l’epica di voi stessi. E il dramma è ancora qui. Vi siete fatti ministri, onorevoli, sindaci e l’unica cosa dove siete riusciti bene è l’autopropaganda, moltiplicare i pani e i pesci della vostra tavola, toccare il niente che esprimete e trasformarlo in Vangelo. Ma almeno risparmiateci i tromboni sfiatati della retorica sui problemi che voi stessi avete costruito. Basta. La gente non regge più il vostro repertorio ormai risaputo, le vostre gag, le vostre tecniche narrative, le vostre polemiche. Ecco il quadro.

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