Allora ditelo che lo fate apposta!

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Evidentemente è finito il caviale. Tanto vale allora cominciare uno sciopero della fame. Poveri noi! Ma veramente c’è gente che pensa di votare ancora alle prossime elezioni? Ditelo! Non nascondetevi più. Ditelo che volete suscitare sdegno apposta, per indurci a non votare… tanto i vostri protetti, i vostri avvantaggiati, i vostri mantenuti, ci vanno eccome!

Da tempo immemore, siamo immersi in un circolo vizioso senza fine, il quale oltre a perpetrarsi senza soluzione di continuità, peggiora nello stile, nelle modalità, nel linguaggio. Nel decadimento assoluto della morale. Nel disprezzo ostentato per le regole, da parte – per giunta – di chi le regole è preposto a farle e, dunque, teoricamente rispettarle. Nell’assenza totale di decoro, senso del pudore, preparazione e meritocrazia. Come può questa classe politica pretendere il consenso dai cittadini alle prossime elezioni? Come si può oggi pretendere l’onestà da un cittadino, da un lavoratore, da un libero professionista, quando poi sono gli stessi esempi che dovremmo avere come riferimento ad essere i più corrotti e malversatori? Finché una classe politica (e non solo quella: ci metto dentro buona parte di chi dirige questo paese come funzionari, imprenditori e chi più ne ha più ne metta) agirà in tal senso, vigerà la cultura del “ma lo fa anche lui”, come giustificazione per ogni piccola e grande porcata, dai grandi clientelismi alla corruzione. Finché ogni giorno, le cronache del Bel Paese ci riferiscono – citiamo soltanto le “ultimissime” – di assistenti e collaboratori da schiavizzare, figli e figliastri da sistemare, di nutrite schiere di “chiarissimi” professori, arrestati ed indagati per “commercio di cariche accademiche”, di cittadini iscrittisi, senza averne titolo, tra le liste dei terremotati, per non parlare della lunga sequela di appalti truccati, evasioni fiscali, forniture taroccate, false fatturazioni, invalidità fasulle, assenteisti cronici…

Agli inizi  degli Anni Cinquanta del ‘900, don Luigi Sturzo, scriveva: “Quel che oggi rende critica la situazione è la mancanza di orientamento pratico verso la moralizzazione della vita pubblica”. E dopo avere elencato i centri dell’affarismo, sottolineava amaramente: “È mancata in tutto ciò la reazione morale. Il pubblico parla, mormora, ma non si fa sentire; le Camere osservano, notano, ma non si agitano; il Governo è premuto, ma non provvede, non inizia il risanamento, è paralizzato”.  Giuseppe Prezzolini, uno che dei nostri mali nazionali se ne intendeva, non a caso, quasi un secolo fa (nel suo Codice della vita italiana) distingueva i cittadini italiani in due categorie: i fessi ed i furbi. Scrive Prezzolini: “Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia; non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente sulla magistratura, nella pubblica istruzione, eccetera; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, eccetera, questi è un fesso”. Facile – a questo punto – individuare chi siano i “furbi”: quelli che evidentemente si comportano all’opposto, arrivando – nota sempre Prezzolini – a fare la figura di mandare avanti il Paese, pur non facendo nulla, spendendo e godendosela: del resto il furbo si interessa al problema della distribuzione della ricchezza, mentre il fesso a quello della produzione. Di questa Italia-doppia è purtroppo disseminata la nostra Storia più o meno recente.

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