Ma davvero crediamo che la telenovela Renzi sia il problema del nostro Paese?

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Può un Paese passato dall’esser tra i leader del mondo industriale ad esserne il fanalino di coda continuare a parlare della telenovela famigliare di Matteo Renzi? Ma davvero crediamo che siano questi i problemi del nostro Paese? Un Paese dove la diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi. Dove il 68% dei giovani fino a 34 anni di età, ossia 8,6 milioni di persone, vive ancora con mamma e papà. Può un Paese continuare ad occuparsi di Renzi, del Giglio magico, del pigiama della Raggi, delle bufale, dei topi che uccidono i bambini, del Rosatellum, Verdinellunum, Mattarellum, Democratellum…? Quando torneremo a parlare del futuro di questo Paese? Quando smetteremo di occuparci di rottamati e rottamatori del passato (che non passa)? Ennio Flaiano così raccontava i problemi dell’Italia: “Viviamo in un’epoca drammatica che usa parole drammatiche. La parola problema è la più disperante: tende ad elevare a problema ogni questione o opinione, e in certo senso a comunicargli un sospetto di insolubilità. Così viviamo circondati da problemi superflui, che non si porrebbero se si osasse cambiare la parola per definirli correttamente”. Oggi se possibile andiamo peggio, perché allora almeno gli attori sapevano recitare la parte, studiavano e erano dotati di cultura generale e politica. Oggi, invece, il problema di questo Paese è la telefonata fra papà Renzi e figlio, che ha scatenato una bufera politica piuttosto finta. È l’agitazione per evitare alle prossime elezioni la vittoria del Movimento Cinque Stelle. Sono i problemi di un ex ministro della Repubblica che, se ciò che scrive De Bortoli è vero – ed ha tutta l’aria di esserlo –, può solennemente mentire al Parlamento e prendere in giro l’intero Paese, negando un conflitto di interessi grande come una casa, anzi, addirittura giurare di esercitare le proprie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione. L’interesse di chi? Della famiglia, della banca? Certo non quello della Nazione. Viviamo in un Paese sempre più bloccato dal clientelismo. Una pianta tossica da estirpare. Alla pari della lottizzazione, che nell’era del bulletto di Rignano continua a svilupparsi. Tant’è che se l’ex governo Renzi e il Pd si mobilitano oggi per “salvare” la banca di famiglia dei Boschi (e sottoboschi), l’Etruria, quel malcostume diffuso sembra diventato (e raccontato) alla stregua di un esercizio (politico) ora auspicabile, se non doveroso da parte di ministri e di parlamentari. Assistiamo così al “dirottamento” non soltanto delle istituzioni, ma dello stesso linguaggio della politica. Macché conflitto d’interessi! “Non c’è nulla di male che un politico locale si spenda per la banca del suo territorio”, è la cantilena scritta e recitata nei talk-show e sulla stampa in difesa di Maria Elena Boschi. Solo che oggi gli italiani sanno chi sono realmente questi giovani rampanti, sanno chi è Renzi. Sanno che non possono credergli: quanto valore può avere la parola di chi ha detto «se perdo mi ritiro dalla vita politica», e oggi, dopo aver perso tutto il perdibile e aver devastato il Paese, è ancora inchiavardato alla poltrona? Stiamo perdendo tempo e non possiamo permettercelo, questa è la realtà. Dopo il referendum del 4 dicembre era chiaro a tutti che non ci avrebbero fatto votare in cambio del nulla, era chiaro, tutte le giustificazioni accampate, infatti, rappresentano un risibile paravento della peggiore vecchia politica. Non ci hanno fatto votare oltretutto, ben sapendo non solo che avrebbero perso tempo, ma che questo tempo, invece, per l’Italia sarebbe stato preziosissimo. L’Italia è ferma, come asserisce l’ultima nota dell’Istat, mentre il Parlamento boccheggia in attesa del colpo d’ala (o di mano) sulla possibile legge elettorale. Non si può andare avanti così, perché il Paese va incontro a un disastro annunciato. Anche prima delle elezioni.

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