La vita degli altri

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Non a caso, diversi anni fa, decisi di aprire il profilo Facebook, ma di utilizzarlo esclusivamente come veicolo informativo, e null’altro. Non partecipo alle discussioni. Al massimo scorro le notizie del giorno. Perché non potrei mai rinunciare alla consapevolezza della vita reale. Raramente visito i profili degli altri. Ma oggi, Dio non voglia, se non ci si dà presto una regolata come niente qui si finirà col confondere la realtà e la fantasia, la vanità e l’intelligenza. Oggi su Facebook c’è di tutto di più: c’è il post della solitudine, rivolto a se stessi. E c’è il post dialettico, bellico, polemico, con il quale si fronteggia la società e ci si fa strada in una giungla o in una sterpaglia di frasi fatte, di false verità o vere falsità di cui per abitudine non ci si avvede. C’è il post del moralista, gonfio d’aria e parole, il petulante da società civile, quello che punta l’indice contro altri prima di farlo scorrere a spaziale velocità sulla tastiera dello smartphone. C’è il post assoluto, chiaro, voluto, consapevole, autoriflesso, praticato come origine e culmine del proprio pensiero. E c’è il post di contesto, relazionale, occasionale. Dove si fa bella figura citando l’altrui genio, l’altrui aforisma. Ciò che oggi è il post su Facebook ha quasi a valore di Gazzetta Ufficiale: cosa fa l’amica del cuore, cosa ha mangiato, cosa c’è in animo di proporre per la serata. Una volta per comunicare si usava il telefono adesso, il post. Con la stessa vacuità, con lo stesso (assente) fondamento. Passiamo le giornate a contare i “like” e le serate a commentare le “condivisioni”. Riempiamo il vuoto dentro, per avere qualcosa da dire; la pienezza del proprio ego basta e sopravanza. Non occorrono, a quanto pare, cultura e informazione. L’idea vaga, ma che avanza minacciosa, è che un numero elevato di “like” possa indifferentemente sommare il coglione al genio. Facebook fa venire la voglia di tornare a sfogliare le pagine di un bel libro. A costruirsi, magari un proprio illimitato personale post, che possa significare qualcosa, non solo il rutto del “like” che ti fa correre a leggere, a rispondere a raffica, a dire la tua su cose di cui poco sai o niente ti riguardano . Ah, la saggezza e la bella ironia di Ennio Flaiano: “I fatti miei non li racconto, quelli degli altri non li voglio sapere”.

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