“Io penso anche quando dormo…” (Amedeo Ceniccola)

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Era l’ultimo della sua specie. Il Supremo Superstite. L’ultimo socialista che fino a qualche anno fa ancora attraversava il continente emerso guardiese dopo la glaciazione: gli altri socialisti preferiscono la penombra quietamente, e con essa il silenzio e l’invisibilità. Invece Amedeo c’era. L’ultimo dei socialisti. Lodato, considerato, celebrato che, come Floriano tutto sommò: Partito e Comune. “Amedè, dicci qualcosa”. Qualsiasi cosa, Amedè – dalla malaca alla vita di Berlusconi -, illuminaci, Amedè. Amedeo Ceniccola è un migrante, che sul luogo d’origine torna ogni mattino: come la saggia testuggine che va a depositare le uova nel luogo esatto dove lo stesso suo uovo di schiuse. A Guardia! A Guardia! La cui sorte da più di un trentennio con quella di Amedeo si impasta, così che Guardia fu elevata a volte quale sorta di “scuola di Atene” dell’ultimo soffio vitale socialista e berlusconiana. Ha la mia età, Amedeo, “giovane nella mente e nell’aspetto”, ancor capace e viepiù vispo. Ogni qualvolta ci sono le elezioni si candida a fare il sindaco. Ogni qualvolta c’è un elezione si candida. Ragionando, si capisce: “La razionalità mi dice di farlo…”. A Guardia! A Guardia! È sempre uguale, Amedeo, hanno ragione i concittadini supporter. Come Eraclito, nel suo stile oracolare in “Pánta rêi”, tutto scorre, ebbe a dire un giorno, stoico oltre che socialista. Tutto gira, e tutto al suo punto di partenza torna. A Guardia! A Guardia! Per Amedeo, Guardia è come Donnafugata per il Gattopardo: un universo inseparabile da se stesso. Perché dal bel borgo sannita, quassù, a mezzacosta, dagli inverni lunghi e freddi e secchi, il giovane figlio di zappatori partì per la conquista della Valle Telesina, del Sannio, fino a fare di Telese, la metropoli spocchiosa e signorile e voluttuosa, una semplice “Guardia spianata”, scalo ferroviario e frazione. Senza Guardia non ci sarebbe stato Amedeo Ceniccola, questo è sicuro, non poteva sbucare altrove, chissà persino se ci sarebbe stato il Sannio. Vabbè, Giuseppe Moscati, il medico santo, vabbè Alfredo Parente, proprio lui, guardiese, bibliotecario della Società di Storia Patria di Napoli, e tal Abele De Blasio, medico e antropologo anch’esso guardiese: tutto giusto, ma senza Amedeo il Sannio mai si sarebbe mutato. È sempre identico a se stesso, Amedeo Ceniccola, pur ora che se ne va a comiziare prima del Trionfo insieme a Floriano e a un cenno convenuto del capo del Capo, scroscia fra gli astanti il marziale e scattante applauso al neo assunto, al secolo Amedeo Ceniccola. Frattanto, su Facebook, ritmano armonici e tacitiani i bollettini della Vittoria. Lui è uguale a come fu, e come fu era già uguale a com’era, anche quando gli rinfacciano i sostenitori certe terrificanti oratorie. È un comporsi e uno scomporsi continuo: “Io penso anche quando dormo…”, dice ai sostenitori supporter. Adesso lo puoi trovare, Amedeo Ceniccola, tenere banco alla Casa di Bacco a discettare su arte artisti e enogastronomia: sempre con Floriano. Ma in nulla il suo ragionare è mutato, discesa e arrampicata, arrampicata e discesa, come a favorire lo sgravarsi (lui che è ginecologo) del pensiero, né troppo cambiano le parole, alla Casa di Bacco come a un convegno sul glifosato. Forse è un porsi in alto, un mantenere le distanze; forse è un separare chiunque da sé. E lo stesso identico Amedeo Ceniccola, quello che “sono un’altra cosa” e “il cervello non lo do a Floriano neanche in punto di morte”. Già! Il cervello. Oggi è alla destra di Floriano: “Complimenti Floriano” e “adesso prendiamoci le nostre responsabilità e difendiamo la nostra produzione enogastronomica dall’assalto dell’Europa”, “Floriano, poi però, ricordati del mio cervello”. Lo sa, Amedeo lo sa, che il glorioso passato che fu, Partito e Comune, è estinto e disfatto. A Bacco! A Bacco! Allora.

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