Una Comunità meritevole di rispetto

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uomo-misterioso-ombra1Checché se ne magnifichi l’esistenza con un opuscolo patinato in distribuzione in questi giorni, la mia Comunità è una comunità vuota, disabitata, inerme, devastata dal clientelismo, da inefficienze, da ruberie e disoccupazione. Le poche voci che trapelano dalle sue viscere non nascono dall’interno, ma da quel banale altrove che luccica di vanità, dispensata da quel circo mediatico con sede nella Casa Comunale. Voci che simulano una vicinanza ma che ingigantiscono piuttosto la distanza. Una Casa Chiusa gestita da individui stupidi che, giorno dopo giorno, con un’incessante monotonia, intralciano, impediscono e ostacolano la crescita del benessere e della felicità di questo paese. Persone che uno ha giudicato in passato razionali e intelligenti e si rivelano poi all’improvviso inequivocabilmente e irrimediabilmente stupide. Persone convinte che la parola politica è una parolaccia. Una parola dannata. Non un nobile impegno, un dovere. Ma solo uno strumento per far carriera, per assicurarsi privilegi immeritati, per compiacere la propria vanità o brama di dominio. Denunciarlo (come faccio da tempo) è assolutamente necessario, come lo schiaffo di un padre al figlio che non sa stare sulla retta via.

Eppure la Comunità è una Comunità ideale. Una Comunità seria, intelligente, dignitosa, coraggiosa, quindi meritevole di rispetto. Che oggi tollera le tracotanze di una classe politica pessima. Una classe politica che tira fuori il peggio di chi brama il potere. Che autorizza ogni sconcezza nel modo più sgomentevole. E dove i cittadini sono volubili. Impazienti e volubili. Ora ti amano e ora ti odiano, ora ti esaltano e ora ti buttano via. E, per mancanza di educazione politica o pigrizia o mollagine, non si assumono mai le proprie responsabilità. Le attribuiscono sempre al potere in carica. (Piove-governo-ladro).

Ma questa Comunità, una Comunità che ancora c’è anche se viene zittita o irrisa o raggirata, guai a chi me la tocca. Guai a chi me la ruba, guai a chi me la svende alla modernità anglosassone. E lo dico innanzitutto a quella classe politica ben rappresentata da chi ha stonato per anni e anni, facendo stonare peggio di lui quei cittadini che gli sono andati dietro per mettersi in mostra grazie allo stesso coro. Lo stesso che pretende di riscriverne la storia a sua immagine e somiglianza, diseducando i giovani con le sue balle. Un personaggio da sempre prigioniero di sé stesso. Delle sue manie. Dei suoi errori, dei suoi difetti. Difetti che derivano da una desolante mancanza di umiltà. Che ancora non ha capito che i cittadini lo hanno scelto per disperazione non per convinzione. Un personaggio che crede d’essere il più bravo di tutti. Il più capace, il più astuto, un genio in grado di risolvere qualsiasi problema. Incluso il problema di governare da solo. E governare una Comunità è davvero il compito più difficile che esista. Per farlo ci vuole una grande umiltà.

Un personaggio che non è stupido: sono stupidi quelli che lo trovano stupido. In questi anni l’ho osservato bene. Ho analizzato bene ciò che faceva, ciò che diceva, tanto da ricavarne una sorta di biografia non autorizzata, in uscita nelle prossime settimane. Un personaggio che, ritenendosi un genio in grado di risolvere tutto da solo, si circonda quasi sempre di persone che non valgono un fico. Di mediocri, di yes-man, cioè di tipi che gli dicono sempre sì. Tanto-ci-sono-io, ci-penso-io, pensa lui. Se per grazia divina gli capita un tipo in gamba, un tipo che pensa con la propria testa, prima o poi lo molla o si fa mollare. Inoltre non sopporta le vittorie altrui. Però nessuno può negare che sia intelligente. Che sia colto, che la sua mente funzioni in modo egregio, e che di politica se ne intenda come pochi. Per lui il potere non è un concetto frivolo. Superficiale. Per lui il potere significa stare su un trono. Un trono che si regge non sull’autorità morale o intellettuale ma sull’autorità politica. Non capisce, insomma, che nella stragrande maggioranza dei casi chi siede su un trono dell’autorità politica è un poveraccio qualsiasi cui è capitata la fortuna di vincere la lotteria. Forse qualcuno s’è dimenticato di spiegarglielo.

Se lo incontrassi, cosa che non desidero, glielo spiegherei io. Gli spiegherei perché non mi piace. Perché non mi è mai piaciuto. Né come uomo né come politico. Perché non mi piace il suo sorrisino a presa di bavero; perché non mi piace il suo vezzo elitario; perché non mi piace la sua sicumera anzi la sua spavalderia. Perché non mi piace la sua idea di Comunità.

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