Non siamo politici, ci mancano ambizione e pelo sullo stomaco, e nemmeno strateghi: ci troviamo meglio a gestire sconfitte che a celebrare vittorie. Infatti tutte le cose che abbiamo ritenuto quelle giuste da fare non sono mai state prese nemmeno in considerazione da chi gravita nella evanescente area della pseudo-politica guardiese. Dovremo convincerci prima o poi che quelli sbagliati siamo noi. Dovremmo farlo, ma non ancora.
Infatti ne buttiamo lì un’altra, certamente sbagliata anche questa.
È rivolta all’amministrazione Di Lonardo. È rivolta a Angela Garofano.
A Guardia ci sono storie amministrative che non si esauriscono con la fine di un mandato. Restano, piuttosto, nelle domande che lasciano aperte, nei rapporti che si interrompono, nelle scelte che non vengono spiegate fino in fondo. E, soprattutto, nel significato che ciascuno attribuisce al proprio modo di stare nella vita pubblica.
La vicenda di Angela Garofano – a cento giorni dalle elezioni -, già assessora alle politiche sociali del Comune di Guardia Sanframondi nella scorsa consiliatura, offre lo spunto per una riflessione che va oltre le candidature e gli equilibri di una lista. Riguarda il valore della coerenza, il rapporto tra le persone e i gruppi a cui appartengono, la distanza che talvolta si crea tra il contributo che qualcuno ritiene di poter offrire e il riconoscimento che riceve. E, lo diciamo con sincero dispiacere, riguarda anche ciò che la comunità rischia di perdere quando una persona di impegno e di idee si allontana.
Alle ultime elezioni amministrative Angela Garofano non è comparsa tra i candidati. Dietro questa assenza, al di là delle motivazioni che soltanto lei potrebbe raccontare compiutamente, si apre una questione che merita attenzione: fino a che punto una persona può continuare a riconoscersi in un percorso politico quando avverte che le proprie idee non trovano lo spazio necessario?
La politica, soprattutto nei piccoli Comuni come Guardia, è fatta di relazioni personali, accordi, sensibilità differenti e inevitabili compromessi. Ma non dovrebbe mai perdere di vista la sua ragione fondamentale: mettere competenze, energie e capacità al servizio della comunità. Quando questo obiettivo passa in secondo piano rispetto agli equilibri interni, diventa legittimo interrogarsi sul significato stesso dell’appartenenza a un gruppo. La coerenza non consiste nel restare a ogni costo. A volte consiste nel sapere quando fermarsi. Se, come riteniamo, nel corso del precedente mandato Angela Garofano ha avanzato idee, proposte e possibili soluzioni senza ricevere l’attenzione che avrebbe meritato, la sua mancata ricandidatura può essere letta anche come il rifiuto di considerare la presenza in una lista un obiettivo da perseguire a qualsiasi prezzo.
Naturalmente il lavoro amministrativo non è mai semplice. Le proposte devono confrontarsi con risorse limitate, priorità diverse e valutazioni collegiali. Non ogni idea può essere realizzata e non ogni dissenso è il segno di una mancanza di ascolto. Tuttavia ascoltare, discutere e dare risposte dovrebbe essere il minimo indispensabile per un’amministrazione che voglia dirsi davvero al servizio dei cittadini. È qui che si misura la qualità di un metodo di governo: non soltanto nelle decisioni approvate, ma nella capacità di valorizzare i contributi delle persone, anche quando le loro idee mettono in discussione abitudini consolidate o non coincidono con il pensiero prevalente.
Per questo la vicenda di Garofano invita a guardare oltre la semplice assenza da una competizione elettorale. Invita a domandarsi quanto spazio sia stato realmente concesso alle idee in questa amministrazione e quante ne sarà concesso ai nuovi eletti, quanto contino le competenze e quanto, invece, le dinamiche interne finiscano per condizionare il riconoscimento del lavoro svolto.
C’è poi un ultimo aspetto, forse il più difficile da ammettere: la possibilità che a non aver compreso fino in fondo una persona non siano stati soltanto i suoi interlocutori amministrativi, ma anche coloro che l’hanno osservata dall’esterno. Noi stessi non siamo esclusi da questa considerazione. Ce ne rammarichiamo. Spesso siamo pronti a giudicare chi si candida, chi viene eletto, chi resta e chi se ne va. Più raramente ci chiediamo se abbiamo davvero compreso le ragioni delle scelte, se abbiamo prestato sufficiente attenzione al lavoro svolto e se abbiamo saputo distinguere la visibilità dalla sostanza. Forse è questo il punto da cui ripartire: non trasformare una mancata candidatura in una sentenza, né attribuire a una persona qualità che soltanto i fatti possono dimostrare, ma riconoscere che ogni esperienza amministrativa merita di essere valutata con attenzione, senza fermarsi alle apparenze e alle appartenenze.
Perché la coerenza, in politica come nella vita, non si misura soltanto dalla capacità di restare fedeli a un gruppo. Si misura anche dalla libertà di interrogarsi sul proprio posto al suo interno, dalla disponibilità a confrontarsi con le proprie convinzioni e dalla consapevolezza che una candidatura non può essere l’unico modo per dare valore al proprio impegno.
Se oggi la vicenda di Angela Garofano ci induce a scrivere questo pezzo e a porci queste domande, resta almeno una lezione da non trascurare: prima di giudicare una scelta, dovremmo avere il coraggio di comprendere la storia che l’ha preceduta. E su questa storia, per quanto ci riguarda, il tempo ha parlato con chiarezza. Per cinque anni abbiamo (a ragione) criticato l’amministrazione Di Lonardo, spesso rimanendo soli, talvolta accusati di pregiudizio. Oggi, di fronte a un’assessora di quella amministrazione, Angela Garofano, che per sua scelta non è più nella squadra di cui ha fatto parte, non proviamo alcuna soddisfazione, ma solo l’amarezza di chi, purtroppo, aveva visto giusto.