Siete pronti per le prossime elezioni comunali? A Guardia Sanframondi il rito si ripete con una puntualità che non ha nulla da invidiare alle processioni più antiche. Finite le feste, sono arrivate le cene riservate, consumate tra tavoli apparecchiati con cura e conversazioni abbassate di tono; gli incontri “informali”, quelli che si tengono sempre negli stessi salotti. Poi, immancabili, riemergono i volti noti: i protagonisti di un quarto di secolo di vita sociale e politica locale — ovvero, i sindaci del passato — tornati a discutere, con aria grave, del solito, immancabile “bene del paese”.
Il tempo che passa, però, non spaventa nessuno. C’è sempre tempo per ricomporre vecchie cordate, per riesumare alleanze consumate, per riempire le piazze solo quando serve una foto o un palco. C’è tempo per tutto, tranne che per immaginare davvero il futuro di un paese che continua a vivere di memorie, ricorrenze e annunci. E mentre si discute di rinascita, qualcuno studia con attenzione l’ennesima mossa tattica: non per costruire, ma per tagliare le gambe al probabile avversario, proteggendo un sistema che, da anni, si traveste da cambiamento per non cambiare mai.
Il copione è rodato, quasi rassicurante nella sua ripetitività. Un film dell’horror di provincia che va in scena tra le masserie e le periferie dimenticate, dove cambiano le scenografie ma restano identici gli attori. La candidatura alla carica di sindaco viene annunciata con largo anticipo, come se il voto fosse una formalità da sbrigare, un passaggio rituale prima di tornare alla gestione quotidiana del potere — quello vero, che non passa mai dalle urne.
Così il prossimo appuntamento elettorale appare per ciò che è: uno scherzo del calendario, un confine fittizio tracciato tra una stagione e l’altra, senza che nulla cambi davvero. Non un momento di scelta collettiva, ma una pausa scenica dentro una storia già scritta tra un brindisi e una pacca sulla spalla. Eppure dovrebbe essere l’occasione per tirare le somme, per interrogarsi su anni di promesse rimaste sospese, problemi mai risolti, spopolamento, una vita sociale lasciata incancrenire tra eventi di facciata e silenzi assordanti.
Ma chi oserebbe rompere questo equilibrio? Chi si assumerebbe la responsabilità di mettere in discussione un sistema che garantisce almeno la prevedibilità, anche se non il progresso? I giovani se ne vanno, portando via con sé energie e idee che potrebbero disturbare la quiete consolidata. Restano i custodi del passato, convinti che amministrare significhi preservare, non trasformare. E così ogni elezione diventa la celebrazione di una continuità spacciata per esperienza, di una gestione del presente mascherata da progetto per il futuro.
Le liste si compongono come puzzle già risolti: un nome di qui, un cognome di là, qualche volto nuovo per dare l’illusione del ricambio, ma sempre dentro le stesse logiche, gli stessi equilibri, le stesse promesse. I programmi elettorali si somigliano tutti, intercambiabili. Parlano di sviluppo, turismo, valorizzazione, ma raramente di scelte coraggiose, di rotture necessarie, di quella fatica vera che comporta immaginare un paese diverso.
E allora eccoci qui, ancora una volta, ad aspettare le elezioni come si aspetta una data simbolica, utile più a legittimare che a scegliere. A Guardia Sanframondi il futuro viene evocato spesso, ma praticato raramente. Si preferisce amministrare il presente, controllare il consenso, presidiare gli spazi di sempre. Le urne, in questo contesto, non sono il luogo della decisione, ma l’ultimo atto di una rappresentazione già consumata altrove.
Perché il vero timore non è perdere un’elezione, ma perdere il controllo del racconto. E finché a contendersi la scena saranno sempre gli stessi interpreti, con gli stessi copioni e le stesse maschere, il paese continuerà a muoversi in cerchio, scambiando la conservazione per stabilità e l’immobilismo per esperienza. Il resto — partecipazione, visione, futuro — può tranquillamente aspettare la prossima cena riservata.