Questo testo è un esercizio di satira civica. È scritto con l’intento di riflettere, sorridere amaramente e, chissà, forse anche stimolare qualche conversazione costruttiva. Non è un atto d’accusa contro una comunità, ma un tentativo di fotografare, con l’obiettivo spietato dell’ironia, le dinamiche che bloccano molti piccoli centri come Guardia Sanframondi in un eterno presente fatto di diffidenza verso il nuovo e nostalgia per un passato che forse non è mai esistito davvero.

Oggi Guardia è come un gatto al sole: bella da vedere, apparentemente tranquilla, ma con gli artigli sempre pronti se qualcuno disturba la sua quiete millenaria. Per chi – come chi scrive – ha avuto l’imprudenza romantica di trasferirsi in questa perla del Sannio senza prima fare due ricerche antropologiche sul proprio luogo di destinazione, ecco un piccolo manuale di sopravvivenza in un ecosistema dove l’analfabetismo funzionale non è un problema da risolvere, ma una tradizione da difendere con l’orgoglio di chi protegge un patrimonio immateriale UNESCO.

La prima lezione da imparare è semplice: qui il tempo non è lineare. È circolare, come le processioni che scandiscono l’anno liturgico. Ogni innovazione viene filtrata attraverso il setaccio della tradizione, e quello che non passa viene respinto con la cortesia di chi ti offre un caffè mentre ti accompagna alla porta.

Guardia vanta una produzione massiccia di vino che fa la gioia degli enogastronomi e il terrore degli economisti moderni. Essere “Città del Vino” suona bene, ed è davvero un vanto per molti. Peccato che, tradotto nel linguaggio della realpolitik locale, significhi: “Qui si fa solo questo da sempre, e guai a chi proponga alternative”. Diversificare? È visto come un atto di bestemmia in chiesa durante la messa. L’idea che si possa produrre vino e fare altro contemporaneamente è considerata una forma di tradimento ancestrale. È come se il territorio avesse firmato un patto di sangue con Bacco, e ogni tentativo di infedeltà economica venisse punito con l’ostracismo sociale.

Certo, qualche giovane imprenditore prova a innovare, magari aprendo una piccola azienda agricola biologica o tentando l’agriturismo. Ma lo fa spesso in solitudine eroica, circondato da occhi sospettosi che sembrano dire: “E questo chi si crede di essere? Steve Jobs della Falanghina?”. Il paradosso è che molti di questi coraggiosi innovatori hanno studiato fuori, hanno visto come funziona il mondo, e tornano con idee fresche e capitali da investire. Ma vengono accolti come marziani benevoli: a Guardia si apprezza ancora la buona volontà, ma si diffida delle loro strane abitudini, come quella di fare business plan o di pensare che il marketing non sia una parolaccia.

Dal 2020 il paese è amministrato da Raffaele Di Lonardo, sindaco-commercialista-impiegato che – a chiacchiere – diceva di voler cambiare il mondo, non solo Guardia. Una figura che, sulla carta, coniuga competenza tecnica e capacità gestionale. In teoria, è il profilo perfetto per navigare tra la burocrazia comunale. In pratica, però, è sembrato subito allergico a ogni forma di accelerazione amministrativa. È stato come mettere un pilota di Formula 1 al volante di un carretto trainato da buoi: puoi anche premere sull’acceleratore quanto vuoi, ma il carretto non lo sa, i buoi non lo sanno, e alla fine tutti procedono al passo del più lento, che in questo caso è la velocità di sedimentazione delle decisioni amministrative in un contesto dove ogni novità deve essere masticata, digerita e approvata da un consiglio di anziani invisibile ma onnipresente.

La trasparenza amministrativa? Un concetto ancora troppo vicino alla fantascienza per essere preso sul serio. I siti che fanno capo al Comune di Guardia sono aggiornati con la stessa frequenza dei passaggi della cometa di Halley. La sezione “Comunicati” presenta comunicazioni del 2023 come se fossero breaking news, e l’albo pretorio online del sito istituzionale sembra una reliquia archeologica accessibile solo a chi possieda il codice Da Vinci. La comunicazione istituzionale si affida al sacro passaparola e a qualche post sporadico su Facebook, strumenti perfetti per trasformare un semplice bando comunale in una leggenda urbana nel giro di due ore. “Hai sentito che danno i soldi per il campo sportivo e il laghetto alla pineta?” “Quali soldi?” “Non lo so, lo ha detto mio cognato che l’ha sentito al bar”. Fine della catena informativa ufficiale.

Eppure nessuno si lamenta. O meglio: nessuno si lamenta pubblicamente. Perché farlo implicherebbe la capacità di immaginare che le cose possano essere diverse. E questo, in molti contesti locali, è ancora considerato un atto sovversivo, una forma di lesa maestà verso l’ordine costituito delle cose che sono sempre state così e quindi devono rimanere così. Infatti, ogni decisione a Guardia si basa ancora su tre solide colonne del pensiero tradizionale, che dovrebbero essere studiate nelle università come esempio perfetto di democrazia illusoria: “Lo ha detto mio cugino”. “Si è sempre fatto così”. “Chi critica lo fa perché si crede superiore”. Il risultato è una democrazia apparente dove chi fa domande viene rapidamente messo alla gogna sociale. Non quella fisica, ovviamente – siamo nel 2025, non nel Medioevo – ma quella psicologica, fatta di sguardi di traverso al bancone del bar, saluti sempre più freddi e quel sottile ma efficace ostracismo che trasforma il critico in un lebbroso sociale.

E che dire della Cultura in questo paese? Nemica o ospite sgradita? Oggi esistono piccole iniziative culturali, meritevoli, sostenute dalle associazioni locali e in parte da nuovi residenti stranieri che hanno scelto Guardia come buen retiro dalla frenesia globalizzata. Ma è un po’ come organizzare un corso di yoga in una sala giochi: il contesto non aiuta. Seppur velatamente, gli stranieri vengono tollerati dall’amministrazione con quella cortesia un po’ paternalistica riservata agli eccentrici: “Poveretti, si impegneranno tanto, ma qui non capiscono come funzionino le cose”. E pensare che negli anni ’80 addirittura Guardia ha ospitato un festival cinematografico internazionale sulle tradizioni popolari e persino alcuni set cinematografici importanti. Erano gli anni del boom culturale del Mezzogiorno, quando anche i piccoli centri sognavano di diventare la Cannes italiana. Poi si è scoperto che il cinema porta idee, gente nuova, visioni differenti. E soprattutto, porta critici cinematografici, giornalisti, intellettuali: una categoria di persone con la pericolosa abitudine di fare domande scomode. E allora, meglio tornare alle rassicuranti Vinalie e alle processioni secolari: più sicure per l’equilibrio sociale, meno impegnative per i neuroni, più facili da controllare. Una sagra dell’uva non ha mai rovesciato un’amministrazione locale, mentre un festival del cinema indipendente potrebbe far nascere idee pericolose nella testa dei giovani.

C’è persino un’oasi faunistica sul territorio comunale. Sulla carta è splendida: flora protetta, fauna selvatica, percorsi naturalistici. Un potenziale tesoro per l’ecoturismo. Ma solo sulla carta, appunto. Realizzarla, renderla davvero attrattiva e raggiungibile senza possedere un cingolato, e soprattutto promuoverla adeguatamente, significherebbe nella bella stagione attirare gente colta, magari quegli stessi forestieri con occhio critico e smartphone. Rischioso. Potrebbero fare domande, osservare, confrontare con altre realtà, magari anche scrivere recensioni su Facebook.

Uno dei fenomeni più tragicomici di Guardia è il rapporto con i propri figli laureati. Li si manda a studiare fuori con orgoglio, ma quando tornano con idee moderne li si guarda con sospetto: “Ma questo adesso si crede chissà chi”. È il classico double bind meridionale: vogliamo che i nostri giovani si formino e abbiano successo, ma non vogliamo che questo successo cambi troppo le dinamiche locali. Risultato: i più intraprendenti se ne vanno definitivamente, e quelli che restano imparano presto a tenere le proprie idee innovative nel cassetto, tirandole fuori solo nelle conversazioni private con altri “dissidenti” locali. C’è un’intera generazione di trentenni e quarantenni guardiesi che vive una doppia vita: pubblicamente rispettosa delle tradizioni locali, privatamente critica e propositiva. È una resistenza clandestina fatta di WhatsApp group e cene tra “diversi”, dove si sogna un paese diverso ma si sa che qui le rivoluzioni si fanno sottovoce, se si fanno.

La quarta fase è quella dell’etichettamento: diventi ufficialmente “quello che critica sempre”, “quello che si crede di sapere tutto”, “quello che vuole cambiare le nostre tradizioni”. Una volta appicciata l’etichetta, è difficile toglierla. Per chi voglia tentare di cambiare le cose, e magari arrivi da fuori con bagagli culturali ingombranti, esiste una strategia di sopravvivenza che può rendere meno traumatico l’impatto con la realtà locale. Imparare il linguaggio locale. Non presentare mai un’idea come innovativa. Dire sempre “come facevano i nostri antenati” anche se stai proponendo l’energia solare – ogni nuova proposta deve sembrare un ritorno alle origini, mai un passo verso il futuro. Trovare un alleato locale rispettato e convincerlo della bontà delle tue idee: se il parroco, il medico o il boss delle cerimonie locale ti appoggiano, hai già vinto metà della battaglia sociale. Procedere con lentezza esasperante. Un’idea buona presentata troppo velocemente viene rigettata per principio. La stessa idea presentata con tempistiche glaciali viene accettata come “maturata naturalmente”.

Una categoria particolare è quella dei guardiesi – giovani e meno giovani – che sono partiti per studio o lavoro e poi sono tornati. Loro conoscono i codici locali, ma hanno anche visto come funzioni il mondo fuori. Sono potenziali agenti di cambiamento, ma spesso sviluppano una forma di schizofrenia culturale: sanno che certe cose potrebbero funzionare meglio, ma sanno anche che proporre cambiamenti significa rischiare di essere percepiti come traditori delle proprie radici. È una forma sottile di censura preventiva che porta all’autocensura. Alcuni diventano “rivoluzionari silenziosi”: lavorano per il cambiamento dall’interno, con pazienza certosina e diplomazia sopraffina. Altri si rassegnano e diventano parte del sistema che criticavano da lontano. Pochi mantengono vivo lo spirito critico senza compromettersi.

Un capitolo a parte meritano le dinamiche di genere. Guardia mantiene una struttura sociale dove il potere decisionale è ancora largamente maschile, ma dove le donne detengono un potere informale enorme attraverso le reti familiari e sociali. È un matriarcato sotterraneo dove le decisioni importanti vengono prese nelle cucine e poi ratificate nei bar. Le donne più anziane sono le vere custodi della tradizione, quelle che decidono chi è “per bene” e chi no, chi merita fiducia e chi va tenuto a distanza. Chi ha voglia di cambiare le cose, conquistare la fiducia delle “signore che contano” è fondamentale. Sono loro che decidono se sei “una brava persona” o “uno di quelli strani”. E una volta emesso il verdetto, è praticamente irreversibile.

Insomma, Guardia Sanframondi non è un luogo cattivo. È un luogo bloccato, come tanti altri in Italia, in un eterno presente sospettoso del futuro ma incapace di fare davvero i conti con il passato. È intrappolata in quella terra di mezzo tra tradizione e modernità che caratterizza gran parte dell’Italia meridionale. Ma non tutto è perduto, e sarebbe ingiusto chiudere questo ritratto sarcastico senza riconoscere i segnali di speranza. Ci sono giovani con idee, progetti, sogni. Ci sono imprenditori coraggiosi che investono in innovazione. Ci sono stranieri testardi che cercano di contribuire, nonostante il filtro culturale a maglie strette. E ci sono anche alcuni locali, meno visibili ma non meno determinati, che sognano un paese diverso e lavorano con discrezione per realizzarlo.

Questo antico paese è un reality show antropologico a cielo aperto, dove il premio finale non è vincere, ma resistere. Poter dire, alla fine, “io ci ho provato”, “ho piantato qualche seme”, “ho dimostrato che si può fare diversamente”. E magari, come sto facendo io, raccontarlo con l’ironia di chi ha imparato ad amare questo posto nonostante tutto, o forse proprio per questo… e magari scriverne, come ho fatto io.

La vera sfida, la vera impresa è resistere mantenendo acceso lo spirito critico, trovare alleati tra i “diversi” locali, costruire reti di cambiamento senza farsi assorbire dalla rassegnazione. Perché, alla fine, Guardia Sanframondi è anche questo: una sorta di laboratorio di umanità dove si sperimenta ogni giorno il delicato equilibrio tra conservazione e innovazione, tra identità e cambiamento, tra il bisogno di appartenere e il desiderio di crescere. E forse, proprio in questa tensione irrisolta, sta il suo fascino più autentico.

P.S. Questo manuale (semi)serio è dedicato a tutti i “forestieri impertinenti” e ai “locali dissidenti” che come me non si arrendono all’idea che le cose debbano per forza rimanere come sono sempre state. La resistenza culturale inizia con una risata e continua con un sogno.