Ma quanto sono fessi i miei compaesani che sceneggiano il trapasso d’anno, dicevo ieri sera tra una pennetta al salmone e un calice di ottimo “Cartizze”. A mezzanotte li guardavo sul balcone di casa, sazio e paffuto, al lume della luna, mentre davano fuoco all’euforia rituale di Capodanno. Fuochi, spari, auguri, tutto per niente, solo per festeggiare un nonnulla, una festa non per uomini né donne, nascite né morti; agitati a celebrare solo il tempo che passa. A illudersi di un transito tra il non più e il non ancora. Li guardavo scandire il passaggio dell’anno attraverso la tv, che come cavalli ammaestrati ci impone il brindisi a quel preciso istante. Ma poi, la volete finire con ‘sto cenone di fine anno tutti rigorosamente a base di pesce? La gara del gamberone più grosso su Facebook? Ormai non è un cenone tra amici e parenti ma una lungodegenza, una cena con l’obbligo di soggiorno al tavolo, per un minimo di 4 ore ed un massimo di 8, come l’effetto del viagra e della rinazina. Sarà l’età – dico -, ma che serata speciale è questa? Iniziata la mattina presto con la gara a chi manda e riceve più wazzapp, come se la dignità di una persona si misurasse come la tv, in termini di audience e di share. Inviando gli auguri anche a saltuari conoscenti per allargare il giro e sentirsi al centro del mondo. Una forma di collettivismo festaiolo. Perché a Capodanno bisogna essere, si dice, spensierati e allegri, come da libretto d’istruzioni. Ma quanto sono scemi i miei compaesani, dicevo nel mentre accarezzavo il mio gatto spaventato dai botti, cos’hanno da brindare per un giorno come gli altri, una manciata d’attimi tra la luce di un anno che va e il buio ignoto di un altro che viene, e poi viceversa. Una giostra del tempo, una cerimonia d’addio e di benvenuto. Ma quanto sono scemi i miei compaesani, penso, se anche quest’anno all’ora dell’aperitivo un folto gruppo di persone sosta davanti al Municipio e fa a gara a farsi riempire il flute di spumante per il brindisi rituale. Guardia, terra di bellezze – dicono – e di rovine, in mano a gente affamata (di soldi e potere). Mentre l’eco dei botti si affievolisce, la mente cammina nei luoghi della mia infanzia. Ripenso al paese della mia infanzia e vedo le case diroccate, ricolme di immondizia. Case vuote, abbandonate e ferite, dove la “natura” ha preso il sopravvento, e sta diventando via via più ricca e più folta; mentre la “cultura” dei guardiesi invece è sempre più vuota, senza memoria, senza futuro. Ogni anno perde una trentina di abitanti. Tra dieci anni potrebbe essere uno di quei tanti villaggi desertificati di cui è pieno tutto l’Appennino. Eppure, politici, amministratori, futurologi ottimisti o mentitori mentre brindano dicono che il futuro sarà di Guardia e che presto il paese si ripopolerà. Spero che abbiano dati che io non conosco. Ma quanto sono idioti i miei compaesani, pensavo tra me il prosecco e il gatto da tranquillizzare; botti, bombe, esplosioni di razzismo nel senso dei razzi di fine anno, spari di una festosa guerra contro ignoti, in nome di un tempo di passaggio che dura lo spazio di un momento, nel varcare il confine tra due paesi immaginari denominati Annovecchio e Annonuovo. Ma quanto sono ottusi i miei compaesani, stolti dal volto umano festeggiano il nuovo che li invecchia e la tragedia del divenire; brindano al Capodanno che, lo dice la parola, è a capo del danno chiamato tempo-che-passa. Ma che vuoi farci – dicono -, anche i guardiesi sono bambini d’annata, sono imbecilli giocosi, si entusiasmano solo per le cose vane e insensate. Sono uomini simbolici, sacrali, affamati di riti catartici, gesti scaramantici e atti propiziatori. Sono uomini ludici e rituali, carne da gioco che il potere manovra. Sarà perché ormai ho una certa età ma a tutti loro auguro un nuovo anno affacciato sulla realtà, interamente riversato sull’essere e sul pensare più che sul fare e consumare. Abitiamo un mondo in cui la realtà che ci viene presentata, è una tragedia permanente. Una realtà che fa schifo, tutta dolori, lacrime e sangue, crisi e depressione, violenze, stragi, ucraine e strisce di gaza sotto casa. Comunque, a tutti loro, auguri con tutto il cuore, buon anno.