
Ma chi pensa ancora a Guardia? L’amministrazione? L’opposizione? Il cittadino? Il mondo dell’associazionismo? Chi ci ha pensato negli ultimi vent’anni? Carlo Falato, Nicola Ciarleglio, Floriano Panza, Raffaele Di Lonardo, solo per citare i sindaci della real casa guardiese (veri e propri numeri uno per narcisismo) che hanno occupato e occupano le stanze del secondo piano del Municipio da più di trent’anni? E con quali risultati? Ma che Guardia hanno lasciato e stanno lasciando? Tutte domande che annunciano una desolata risposta o forse un tacere rassegnato.
Dunque ricapitoliamo la situazione per chi si fosse distratto, avesse perso il filo complessivo della situazione in cui si trova questo paese o si fosse messo in contatto con il mondo solo adesso, dopo aver vissuto da automa. A mio parere il quadro generale della politica paesana presente e passato mi pare più il seguente: la preoccupazione di chi è chiamato ad amministrare questo paese non è mai Guardia ma sempre l’altro, l’oltre, l’altrove, più fumi ideologici e supercazzole. La gestione della cosa pubblica a Guardia (salvo l’eccezione di fine millennio) è sempre oscillata dal pensare contro Guardia al pensare senza Guardia. E chi la dirige non ci pensa nemmeno a Guardia perché è preso soltanto dall’impegno pratico della gestione del potere. Risultato: nessuno pensa a Guardia, la comunità sprofonda e i giovani appena possono scappano via. E la ricaduta reale di questo degrado è sotto gli occhi di tutti: andate a vedere fuori dall’apparenza come è ridotta Guardia, per capire che alle parole seguono i misfatti, il degrado urbano, la decadenza civile si fa vita quotidiana. Tantomeno ci pensa la cultura in questo paese, intesa nel senso più largo possibile. Ogni tanto per tenere in vita un racconto popolare, escono stucchevoli iniziative (le panchine colorate, i convegni sul nulla, le cittadinanze onorarie, ecc…), sdolcinate pubblicazioni, coi soliti luoghi comuni obbligati, piccoli santini di storie e personaggi del passato recente, zeppi di stereotipi, banali e scontati moralismi ma nulla che abbia un’attinenza con lo specifico guardiese, quella che amo definire, “una certa idea di Guardia”. Ogni percorso culturalmente non allineato viene metodicamente intralciato. Al punto da far sembrare fuori luogo chi ancora coltivasse “una certa idea di Guardia”, considerando che in giro non si vedono né idee né sensibilità. Basti pensare che l’unica esperienza amministrativa positiva in trent’anni di gestione della cosa pubblica si è subito proceduto a smembrarla e a indebolirla con un tafazzismo cocciuto.
Qualcuno dirà che è tutto normale: soprattutto quando si amministra una comunità complessa come Guardia e si affronta la realtà di ogni giorno, si ci misura coi problemi concreti, mentre l’opinione pubblica che non riveste alcun ruolo di responsabilità può dedicarsi ai progetti, al “dover essere”, agli scenari socio-culturali e al futuro di questo paese. Ma è miopia non progettare l’avvenire di questa comunità, anche perché si tratta di futuro presente: il nostro.

In questa desolazione mi è parso perfino stucchevole e commovente al tempo stesso il commento uscito sui social un paio di giorni fa di un giovane di Guardia che si dice deluso dalle opinioni espresse in un articolo sulla stampa locale (che possono anche non piacere); opinioni di chi – in perfetta solitudine – da anni denuncia le inefficienze e l’inadeguatezza di una classe politica e dirigente che sta letteralmente trascinando questo paese verso il baratro. È proprio vero, le fughe in avanti non vedono mai la realtà in cui viviamo. Ma è curioso notare che a contestarle quelle opinioni oggi ci pensi una “giovane” promessa politica locale. Comunque, un segnale di sopravvivenza di “una certa idea di Guardia” si è intravisto fuori Guardia, in terra calabrese. Una lodevole iniziativa civile e culturale che ha visto protagonista la locale Pro Loco. Un incontro con intellettuali, ed esponenti della società civile delle comunità di Verbicaro e Nocera Terinese, realtà a noi vicine dal punto di vista antropologico-devozionale. Ed è forse un primo segnale organico di vitalità da portare avanti.

Ma le domande e i problemi posto all’inizio restano. Che razza di idea di Guardia si intende coltivare con queste premesse? Possibile che ancora oggi non si comprenda che Guardia non è solo un comizio ma una tradizione, una comunità, una lingua, una cultura e molto altro? E che i personaggi sopra citati non hanno la benché minima idea di quale Guardia lasciare alle nuove generazioni, se non quella di un paese pieno di cartelli “vendesi”? Pensateci, prima di imbarcarvi, in un futuro prossimo, in storiche cantonate da cui è difficile poi tornare indietro.