Si fa presto a dire Guardia, si fa presto a consigliare ai suoi abitanti di restare, fuggire, tornare. Sembra facile ridurre il paese a una bolgia dell’inferno o a un paradiso dantesco, a un luogo inabitabile e inospitale o a un luogo incantevole e romantico. Poi bisogna, viverlo, abitarlo, curarlo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, questo paese. Bisogna consideralo non uno spazio da riempire o da svuotare, ma un reticolo e un crogiolo di storie, relazioni, rapporti, memorie, fatiche, passioni, riti, dolori. Un paese, anche di poche migliaia di abitanti come Guardia, bisogna abitarlo, sceglierlo, amarlo, anche per poterne vedere limiti, difetti, ombre, malesseri.

È strano, ma anche indicativo del nostro tempo, ben rappresentato dall’epoca dei social network, che lo spopolamento di Guardia – un fenomeno, lo ricordiamo, relativo a tutti i paesi della dorsale appenninica – nella sua narrazione dia luogo soltanto a un immaginario edulcorato della vita del paese. Come per un forte trauma psicologico, si finisce per dimenticare il negativo e conservare il positivo di questo luogo. Ciò che viene omesso nella narrazione odierna spesso è proprio ciò che possiamo senz’altro associare meccanicamente a un libro, La luna e i falò di Cesare Pavese, dove l’io narrante dice: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Sui paesi come Guardia poi, Sciascia non le manda certo a dire, come quando, in A ciascuno il suo, fa dire a uno dei suoi personaggi: “E poi, per uno che ha scelto di stare in paese, che è deciso a non allontanarsene, che ambizioni vuoi che restino?”. Questa frase finale, non volendo, ci dice che spesso chi oggi da una posizione di responsabilità idealizza Guardia è l’adulto senza più ambizioni o già realizzatosi, di contro è raro che si inverta la prospettiva per chiedere al giovane guardiese al di sotto dei vent’anni cosa, del luogo in cui cresce, non risponde al suo immaginario e ai conseguenti desideri. Come è raro che si indirizzino gli sforzi politici nella risposta alle aspirazioni giovanili. E quando la storia è ingiusta, soprattutto per i più giovani, e magari ingiusta per troppo tempo, un luogo può diventare qualcosa da cambiare a ogni costo, oppure da abbandonare per sempre, qualcuno prima o poi – a maggior ragione la politica -, dovrebbe ricordarlo. Fatale, in questo senso, l’impiego di denaro pubblico per utilità private.

Oggi proprio per la sua ritrosia a ogni forma di vanità, questo paese non si è mai sbracciato per farsi notare, se non in occasione dei Riti. Eppure Guardia ha una sua ben definita identità. Un’identità che conserva viva l’impronta della sua storia, della sua arte, della sua tradizione civile e religiosa. Che ha un’anima, uno spirito civico, dove gli avi sono presenti e gli invisibili si palesano nella bellezza del territorio. Non solo pietre, muri e case ma anche stile, linguaggio, relazioni di vita e costume. Oggi il centro storico è l’ultimo recinto, l’estrema vestigia, che resiste strenuamente ai barbari di fuori e di dentro e invece di mantenere viva la sua identità, e non solo per scopi banalmente turistici o pigramente inerti, è fuori dai tracciati, sopravvive soltanto come relitto in piena decadenza, tra degrado urbano e degrado umano. Quando la ricchezza e la sua salvaguardia, la cultura della conservazione, nel segno della memoria e nel nome della bellezza, dovrebbero costituire il cuore del patrimonio storico guardiese. Altrimenti Guardia è destinata a svuotarsi. Si svuoterà se non avrà vita al suo interno, se non avrà strade, infrastrutture, sanità, scuole, e se non si daranno opportunità di lavoro ai giovani, alle famiglie, alle piccole imprese. Non può esistere un paese senza scuole, senza centri culturali, luoghi di socialità. E quando il paese è trascurato o quando è guidato da chi aderisce solo al presente e bada solo all’utilità funzionale e alla convenienza del momento, si ammala, i suoi muri portanti crollano, le sue chiese si spengono, i suoi gioielli s’intristiscono e scivolano nella penombra. Lo coglieva col suo occhio implacabile Pier Paolo Pasolini. In un memorabile articolo del ’69, Pasolini raccontò di aver sognato che l’Italia fosse un bambino. Quel bambino avvertiva di non essere amato e così decideva di lasciarsi morire. Scriveva Pasolini: “Se un bambino sente che non è amato e desiderato – si sente “in più” – incoscientemente decide di ammalarsi e morire: Tutto ciò che per secoli è sembrato perenne e lo è stato in effetti fino a ieri, di colpo comincia a sgretolarsi, contemporaneamente”. Le cose, per Pasolini, sono assolute e rigorose come i bambini; e se un bambino non si sente amato e desiderato, inconsciamente decide di ammalarsi e deperire. “Così stanno facendo le cose del passato, pietre, legni, colori…”. Per questo Guardia non ha bisogno di chiusure, di localismi, di retoriche, ma di aprirsi al mondo, rinnovare la pratica dell’accoglienza, inventare nuove forme di economia, socialità, convivialità. Guardia ha il diritto all’esistenza, a essere curata, tutelata in quanto presidio geografico, culturale, mentale della popolazione guardiese. Chi resta (e chi parte) deve lanciare un forte grido di allarme, non deve adagiarsi, deve indignarsi, opporsi a una classe politica che desertifica e svuota Guardia.

Guardia, come l’Italia di Pasolini, con la sua identità è un vecchio che si è ammalato perché si sente di troppo e avverte di non essere amato. Senza fiducia in sé stesso, un paese è perduto. Non ha incentivi per creare e restaurare, per intraprendere e per inventare, per rifondare, per fare comunità. Ma sfugge, si barrica nel suo egoismo, cerca di trarre profitto dallo sfascio, pensa solo a sopravvivere. Un paese sfiduciato, spompato, depresso, pieno di vecchi e scarso di bambini.

Guardia e il suo centro storico è un vecchio malato che ha bisogno di sentirsi amato per amare a sua volta la vita, il futuro, i suoi padri, i suoi figli. E se non si coglie più la differenza tra la senescenza del vecchio e la nobiltà dell’antico, se non si capisce la curvatura del tempo, la necessaria virtù dei ritorni, se si lascia che il paesaggio vada in rovina, non si può comprendere che restare a Guardia non deve essere solo uno slogan, una parolina retorica, alla moda, folkloristica, ma una pratica politica e civile per rovesciare lo stato delle cose, per garantire il diritto a partire e soprattutto a restare.