
Guardia Sanframondi, luogo dell’identità (oggi, per molti, uno slogan brandito come un totem), il microcosmo di un paese, un paese rurale come tanti, nell’entroterra sannita, appennino meridionale; un paese votato ad un’economia essenzialmente agricola. Nessuna povertà e indigenza, nessun contrasto sociale, pochi stimoli e competizione, pochissime possibilità, annacquati strumenti di potere e nessuna parvenza di organizzazione criminale. Dove non esiste il disprezzo atavico per la campagna e i contadini. Quel mondo laborioso e autonomo oggi migliorato, non più esecrato. Un luogo di smarrimento, in cui la storia non fa che ripetersi da secoli incessantemente. Case e storie, un popolo, qualcosa di caotico e disordinato, che può essere scoperto, ma solo un passo alla volta e non senza fatica. Un luogo che ha edificato e poi plasmato i suoi stessi abitanti. Un luogo oggi metafora di spopolamento e abbandono. Spopolamento e abbandono, dalle conseguenze rilevanti a vario livello: antropologico, sociale, economico. È proprio questo il segreto della sua identità, ovvero la forza irresistibile delle origini che combattono strenuamente, insieme alla continuità generazionale, contro l’idea dell’abbandono. Un “vuoto” che riguarda il centro storico, che versa in uno stato di abbandono, desolato, cadente, sempre più spesso a rischio crollo, ma anche il centro urbano. Un problema che la politica locale ha rimosso e che invece va affrontato, con serietà, competenza, passione, affetto e con la consapevolezza che non è di facile soluzione.
“Non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre”, le parole di Mario Soldati. Ecco, bisognerebbe abbandonarlo questo paese, come degli esiliati. Solo così potremmo essere in grado un giorno di capire Guardia Sanframondi. Un microcosmo oggi lasciato a sé stesso, servile e amorale, privo di verità e giustizia, in preda al familismo e al baronaggio. Un luogo che richiede cura, attenzione, amore. Che non merita bugie, operazioni di facciata, retorica. Che ha il diritto all’esistenza, a essere curato, tutelato in quanto presidio geografico, culturale, mentale della sua popolazione. Un luogo, oggi ridotto a un vuoto di memorie, di rapporti, una desertificazione ambientale e un deserto di speranze. Dove prendono corpo soltanto valutazioni puramente economicistiche, insufficienti ad affrontare la natura dei suoi problemi. Contrastarne lo spopolamento, comporta il rovesciamento di vecchi paradigmi, di modelli di sviluppo economicistici, del tutto indifferenti alla sua storia, alla cultura, alla memoria, ai guardiesi. L’approccio deve essere politico, richiede interventi mirati, concreti, anche con un mutamento di prospettiva culturale, iniziative compiute con convinzione e persuasione, con attenzione e rispetto dei luoghi. Lo svuotamento e l’abbandono del paese, va contrastato in maniera decisa anche opponendosi a chi specula anche sulle macerie e individua nell’abbandono falsi e improbabili progetti di “restaurazione”. Si possono tentare recuperi o forme di ripopolamento, solo con la consapevolezza che non è possibile ripristinare il passato, uscendo quindi da ogni retorica di improbabili e improponibili ritorni a un buon tempo antico per tentare di arrestare il declino e di mostrare che Guardia è abitabile e vivibile. Ma accanto a riflessioni attente, profonde, serie e mirate per comprendere e affrontare il fenomeno, in tempi brevi; accanto a iniziative concrete, economiche, sociali tendenti ad arrestare il declino, la fuga, l’abbandono o, talora, a favorire forme nuove di ritorno e di “ripopolamento”, bisogna segnalare come non mancano operazioni “strumentali”, mediatiche, sterilmente nostalgiche e lacrimevoli, nonché interventi e piani di recupero messe in atto dalle varie amministrazioni che spesso sono più nefasti e distruttivi dello stesso abbandono. Concezioni neo-romantiche, estetizzanti, tendenti più all’esotismo di maniera – spesso sostenute da artisti locali e stranieri – che però non possono essere demonizzate, se non altro perché hanno il merito di fare conoscere a un pubblico più vasto, agli stessi abitanti, problemi, luoghi, storie, paesaggi ignorati, sconosciuti, considerati marginali e residuali.
Guardia si ama qual è e come dovrà, Dio solo sa per quanto tempo ancora, restare. Ma nessuna soluzione e nessun intervento è possibile, efficace, corretto senza la presenza e la partecipazione di chi abita Guardia. Chi vive Guardia ha bisogno di sentirsi parte attiva, viva, creativa del luogo in cui abita, deve creare economia, formare giovani generazioni attive e capaci di mettere in pratica tutta la loro capacità creativa e il loro desiderio di partecipare alla rinascita di Guardia Sanframondi. Lontani da retoriche identitarie e “borghiste”, da nostalgie inautentiche del “buon tempo antico”, che “osano” pensare la speranza e chiamano in causa la politica, avanzano proposte concrete, di cui dovrebbero tenere conto anche coloro che oggi parlano per luoghi comuni e, magari, giocano a fare i “modernisti”, ignorando e guardando con spocchia e arroganza un paese rarefatto in cui loro stessi “vivono”, magari senza “abitare”. Un fenomeno epocale, quello di Guardia Sanframondi, quasi ignorato e rimosso dalla politica locale, incapace di fornire segni, tracce, indicazioni per il futuro che ridiano speranza e fiducia a un luogo, alla “società civile” guardiese, spesso assente e inesistente, e ai suoi abitanti che vivono situazioni di sfiducia, apatia e oggi – grazie ai Riti Settennali – di nuovo al centro di interesse, attenzione, riflessioni, narrazioni da parte di soggetti diversi, di studiosi di numerose discipline, anche del mondo politico.
Non c’è più tempo da perdere. Anche e nel nome dei nostri vecchi, che hanno faticato con dignità, e per le generazioni che verranno e che non ci perdoneranno di avere consegnato loro non una comunità, ma un deserto, mentre avevamo a disposizione un Paradiso da riconoscere e da assumerci, perché i Paradisi non ci vengono mai dati in maniera gratuita e una volta per sempre.