Più di un migliaio di ragazzi sono spariti da Guardia negli ultimi anni. Chi li ha rapiti? Il progresso, ovvero la modernità, cioè la globalizzazione oppure l’anonima espatri?
È come se fosse sparita mezza Guardia. Ma di che ci allarmiamo e ci lamentiamo? Per anni i loro genitori, i salotti guardiesi, le amministrazioni che si sono succedute e gli osservatori hanno elogiato i ragazzi – perfino premiandoli – che vanno via da Guardia, sulle rotaie di Italo o ali di Ryanair s’involano per i cieli globali e si liberano da quel catorcio che è il loro paese, la loro provincia, la loro famiglia. Ricordo gli elogi del sindaco global del decennio appena trascorso, a chi se ne andava. Le celebrazioni estive e natalizie, i gruppi social, i festeggiamenti a calici alzati, i riconoscimenti, i diplomi, il “guardiese nel mondo”. I genitori orgogliosi, seppure “orfani” a rovescio, vittime virtuali della globalizzazione. Un’intera generazione che a breve si estinguerà nel luogo dove da secoli è piantata.
Ma la loro fuga non va vista soltanto dal punto di vista singolo di chi parte o con gli occhi asettici del modello globale ma va commisurata alla realtà guardiese: da una parte le famiglie, già private di figli, di energie dinamiche, abbandonate a una desolata anzianità. E dall’altra Guardia, una comunità abbandonata, accartocciata su sé stessa, avvizzita; e con essa l’intera provincia svuotata, disertata dai più giovani e intraprendenti. E chi oggi si allarma e si lamenta negli anni scorsi ha sempre istigato euforico a fuggire da Guardia – iatevenne! –, lo ha considerato anzi un segno di emancipazione e di sviluppo, non rendendosi conto che così veniva decretata la morte di Guardia, la fine di Guardia. E a chi è restato è stato mandato come si faceva un tempo alle famiglie in lutto, quello che si chiama “’r cunsul”; cioè il cibo della nostalgia, che serve solo a dimenticare la Guardia che fu, accettando il destino euro-globale: così ai giovani è consigliata la partenza, a chi resta è offerto il conforto.
Insomma, checché ne dica la narrazione eco-eno-turistica prevalente, Guardia è ridotta a una rampa di lancio per spiccare il volo e andarsene appena possibile. È come Sfax, in Tunisia, un porto di partenza per migranti equipaggiati di curriculum da far fruttare altrove. Perché nel nostro territorio, qui da noi i titoli, i meriti, le capacità non valgono. E la cosa tragica intorno a questa danza macabra di morti bianche, è l’ingombrante, invadente assenza della politica locale. Periodicamente Guardia viene investita da promesse, finanziamenti, come il recente Pnrr, ma senza un progetto straordinario con persone straordinarie, senza missionari ardimentosi che credono nell’impresa impossibile, non si potrà mai invertire la tendenza, ripopolare Guardia (non di artisti annoiati o ciclo-eno-turisti della domenica) e risvegliare la vita e il lavoro in loco (oggi, drammaticamente a senso unico e su un unico tema: l’agricoltura).
Abbandonata del tutto l’era delle superstrade, delle bretelle di collegamento, degli insediamenti industriali, boccheggianti le opere pubbliche, negate le premesse culturali per un rilancio della comunità, a Guardia resta solo una strada: diventare meta attrattiva. Attrarre visitatori, trasferirsi a Guardia, tornare a Guardia, in età matura o in pensione o in home working. Se, poniamo, venissero a vivere a Guardia un paio di migliaia di nuovi/vecchi cittadini al posto dei ragazzi partiti, si potrebbero generare altrettanti posti di lavoro nei settori annessi per i giovani che vogliono restare: commercio e artigianato, opere e infrastrutture, compresa l’agricoltura, turismo e cultura, perfino ricreazione. Potrebbe rifiorire la vita (soprattutto nel periodo invernale), i vecchi richiamerebbero i giovani. L’abbiamo scritto fino alla noia, per invogliare le persone a visitare (o ritornare a Guardia) non bastano i miseri piani d’incentivazione fiscale messi in campo in questi anni, ma occorrono garanzie di sicurezza, standard di efficienza, decoro pubblico, un programma di rilancio edilizio agevolato nel centro storico. Il sole, il clima, non bastano, l’ospitalità antica dei guardiesi nemmeno e neanche il costo della vita più basso. Perché oggi chi viene a Guardia, al di là dei racconti immaginifici della Pro-loco, trova l’immagine di un paese spento. E come scriveva Pavese: i territori come le persone se non sono amate, poi s’ammalano, fino a morire.
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