“Chist è o’ paes mie” è la frase chiave di “Nostalgia”, il film di Mario Martone di qualche mese fa, tratto dal libro di Ermanno Rea. Questo è il mio paese, risponde Felice, il protagonista interpretato da Pierfrancesco Favino tornato a Napoli dopo 40 anni di lontananza a chi gli suggeriva o gli intimava di tornare al suo paese, vattinne. Questo è il mio paese. Questa è Guardia oggi. Una Guardia arcigna, torva, tutt’altro che allegra e solare. Una Guardia che, senza investimenti economici e culturali, perde perfino il paragone con altre realtà vicine. Una Guardia che oggi, a un anno dai Riti, non può far altro che suggerire all’occasionale visitatore, vattinne. Cosa rimarrà di questo paese? Dobbiamo accettare tutto questo con fatalismo, il fatalismo dell’abbandono, dopo aver stigmatizzato per una vita il fatalismo di avi e genitori? Piacerebbe anche a me che Guardia fosse scoperta, amata e visitata per ragioni un po’ meno banali e superficiali di quelle che solitamente si ripetono, ormai come un rosario, per vantare le nostre bellezze, le nostre attrattive, il nostro vino. Sarei molto più contento se venissero da noi non solo per la “sagra” estiva ma anche per la bellezza del paesaggio, per il centro storico, il castello, le chiese e per il richiamo d’arte e cultura che indubbiamente può esercitare Guardia. Piacerebbe anche a me non sentirmi nauseato da questa sorta di riduzione di Guardia a una specie di parco giochi e giornate estive giulive, più una serie di luoghi comuni di Guardia-beauty – secondo i depliant della locale Pro-loco – tradotti nella giostra vanesia di amministratori-influencer, esigui drappelli di eno-chic occasionali e un paio di pullman di baldanzosi scolari che di certo non trovano in Guardia ciò che cercano. È penosa la riduzione di tutto ciò che per Guardia è identitario, diverso e specifico a food, storytelling e selfie delle meraviglie. Ma Guardia è così, e poi, se per ogni cosa non c’è di mezzo un assessore tutti se ne stracatafottono. Dimostrando ancora una volta di non essere all’altezza del nostro passato. E pretendiamo di avere un futuro… E francamente esultare per i successi della Falanghina di tizio e caio, mi pare un po’ miserello…
Qui è il problema, è che se ripudi quel modello, per capirci a uso show cooking o cooking show, non potrà mai trionfare il fascino profondo della nostra Guardia. Per carità, non sottovalutiamo l’importanza dell’Aglianico e della Falanghina, del mondo agricolo e la sua ricaduta positiva sull’economia boccheggiante di Guardia. Ma ritenere che quello possa essere il volano di un rilancio di Guardia mi pare una semplificazione ottimistica e superficiale.
Si pensa davvero che la Falanghina possa far risorgere Guardia? Si crede davvero che trascurando il contesto, le basi vitali, identitarie e demografiche di Guardia, con una manifestazione estiva si possa spiccare il volo? O si pensa che la soluzione realistica, sta nella compensazione tra ciò che va di più nel mercato-mondo e ciò che dà più spessore e nobiltà al nostro territorio: cioè il tentativo di far capire al resto del mondo che Guardia può anche essere conosciuta e amata per altre, più colte e durature attrattive, non riducibili al divertimento pacchiano o alle antiche case a basso costo. Oltre che per ineffabili alchimie di sole e d’ombra, di luce e di biancore, di bellezza segreta delle sue campagne, con le sue viti giocose, con i suoi ulivi parlanti, e delle pietre delle sue antiche stradine nelle sue più discrete sfumature.
E quale occasione migliore se non i prossimi Riti settennali? Naturalmente non avremo mai il turismo di massa attratto da mete culturali o religiose. Dio sa quanto sia difficile questa strada, ma ce ne sono forse altre, per rianimare e ripopolare Guardia?