La mia “lettera” d’amore a Guardia

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Ma cosa credi di fare scrivendo di Guardia e dei guardiesi, non sai che i guardiesi sono estinti, disgustati, espatriati? Sarà come voi dite, ma pur avendo vissuto lontano per larga parte della mia vita, mi sento guardiese senza vergogna, guardiese nel corpo, nella lingua, nell’anima e nella mente, e non so che farci. E con l’ottimismo della disperazione da tempo scrivo di Guardia. Nonostante le innumerevoli minacce di querela. Per spiegare (almeno a me stesso, e a chi abbia voglia di intuire lo stato generale delle cose, anzi, del precipizio), per capire se questo antico borgo di “zappatori” – come ama ripetere qualcuno – è proprio finito o se si può ricominciare. Per riprendere un discorso d’amore per il proprio paese, nonostante tutto. Si, per Guardia, questo “paese di merda” dove vige al posto della meritocrazia la merdocrazia, e dove il merito dei nostri giovani finisce nel cesso e quella sostanza sale al potere. Ho scritto, postandoli nel corso degli anni sul mio blog, oltre 500 “lettere” a Guardia e ai guardiesi, ho parlato a loro di loro, di come in questi anni, soprattutto nell’ultimo decennio, sono cambiati: qualcuno ottimisticamente dice che siamo in “fermo biologico”. E ancora non so se dobbiamo salvare Guardia dai guardiesi o i guardiesi da Guardia. E allora ho pensato e ripensato a Guardia alla retorica della sua classe dirigente, e alla sciocca pretesa dell’ultimo decennio che la bellezza salverà la comunità; ma la bellezza è statica e la bruttezza invece è dinamica; il bello sta, e perciò deperisce, il brutto avanza. Ci vuole voglia, volontà, energia per difendere la bellezza, da sola non basta, e di certo non può farlo chi non la vede.

Ho confrontato Guardia con altre realtà vicine e lontane e cercato di ritrovare la sua identità proprio laddove altri vedono il suo declino. Vivo, come molti di voi, questa voglia impotente di svegliare Guardia e cambiare il suo corso, decorso, declino, questa passione impedita di suscitare voglie, volontà, energie e rianimare il noi che riposa disfatto dentro di noi. Vorrei fare qualcosa per il mio paese ma non saprei cosa e come, da che parte, con chi. Non ci sono ambiti né comunità, solo sciami e solitudini. Vorrei dare qualcosa al mio paese, in ciò che so dare, ma sento, come molti di voi del resto, che non posso far nulla. Non la rabbia è impotente, come spesso si dice, ma la voglia di costruire e di mettere insieme è come interdetta, o cade nel vuoto. Il palazzo e gli arcigni custodi del conforme non lo consentono. Puoi solo borbottare improperi, esercitare l’arte dell’imprecazione, al più puoi sussurrare qualcosa a mezza voce, sapendo che ti potranno ascoltare solo i vicini. Puoi sparare fango, se vuoi. Ma prima della censura verrà il silenzio verrà lo sberleffo, il sarcasmo, ti incaselleranno dentro qualche colonna infame per squalificare l’impresa. Devi essere in quota per vederti riconosciuto: quota giovani, quota donne, quota panza, quota cantina o quota piddì. Possibile che nessuno si accorga che chi in questi anni ha detenuto il potere ha simulato la ripresa: il suo uomo di punta, di prestigio, nel senso del prestigiatore, ha fatto i suoi giochi per illudere che qualcosa di importante e salvifico stia succedendo.

Ma il tempo passa e s’accorcia, come gli spazi di libertà per fondare. Chi come me coltiva dentro di sé qualcosa di simile a un amore per il proprio paese, non trova più parole né lessico per dire quello che prova e per sapere quanti vorrebbero come lui ricominciare Guardia e magari cercarli, trovarli, riunirli. A volte scarica tutti i suoi mali sulla politica, sulla “falsa” presunzione di coerenza, sulla presunta “guardiesità” che per convenienza o incapacità è incapace di reagire. Più spesso si limita a sghignazzare. Ma non va oltre la maledizione, la derisione e l’invettiva. E invece si vorrebbe dire, fare qualcosa per questo paese che ci ebbe in grembo…

Sappiamo tutti chi vogliamo lontano da questa comunità – e non soltanto metaforicamente -, dal centro di potere, dalla Casa della Provvidenza, dal Palazzo, ma non riusciamo a vedere chi come cosa con chi, rifare Guardia. Eppure so che in molti vorremmo curarci di lei, nel modo a noi consono. Per questo, da anni, scrivo ai guardiesi che vogliono farla finita con questo fottutissimo paese. Ma poi, come me, vogliono ricominciare Guardia. Chissà, forse perché non siamo un popolo molto antico, non abbiamo ancora imparato a ricordare i nostri sbagli per capire che poi rimediare si può. Solo così ci si potrebbe salvare insieme e invece ci lasciamo andare alla vacuità della politica e dei discorsi correnti (ha fatto tanto per questo paese), senza possibile approdo a un significato che duri più di un giorno, ci distruggiamo a vicenda per credere di affermare uno straccio qualsiasi di verità senza nessuno che ne possa dubitare. Mai come in questi giorni crediamo di nutrire amore per il nostro paese, ma in realtà è un amore anemico. Stiamo solo alimentando il suo oscuro desiderio di morire.

Buon Ferragosto

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