L’Italia non c’è più

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L’Italia non c’è più. Non c’è più, svanita, evaporata, sbiadita. Non si sa bene cosa sia. È ritornata solo un’espressione geografica, qualcosa su cui non scommette più nessuno. “È un battello alla deriva. Ognuno pensa ai fatti suoi. Non ci fidiamo né dei ladri e né di chi grida onestà”: scrive oggi Macioce. L’Italia non c’è più. È un vuoto a perdere. Al suo posto c’è qualcosa di surreale. No, non è solo il crollo degli Azzurri. Questo è il contorno. “Chi se ne frega del calcio – continua Macioce -… Solo che il pallone è uno specchio. È un sfera che guardi e in cui ti riconosci… L’oracolo del pallone, come il fondo del caffè, ti dice che non c’è riscossa, che il cielo è sempre più grigio, che da questi anni micragnosi non si esce neppure con un tiro sbilenco e fortunato oltre il novantesimo, non si esce in zona Cesarini, quando tutto sembra perduto e puoi solo appellarti al rocambolesco spirito italico”. L’assurdo dell’Italia, un Paese che ormai da troppo tempo si regge soltanto a colpi di fiducia, è questo. L’Italia calcistica, eliminata dalla Svezia, non andrà ai Mondiali, ma l’Italia nel suo complesso un campionato mondiale lo ha già vinto con ampio margine: quello della sua distruzione. Supina al renzismo, stesa a tappetino scivola sempre più verso il baratro. Nulla è servito. Non la bocciatura al referendum. Non la scissione della ditta. Neppure i conti che non tornano. Non le promesse tanto al chilo, così grasse che non si possono mantenere. Non i silenzi imbronciati di Maria Elena. Non l’addio a Palazzo Chigi. Non i baffi di D’Alema e la sobria guida di Gentiloni. E perfino gli affari della Consip: nulla riesce a oscurare l’ottimismo di Matteo. Per i renziani è il migliore dei leader possibili e non importa che incarni la maschera di questi tempi piccoli. Di tutto questo si sono accorti i cittadini ma non i media e i giornali che marciano con un regime di ritardo, aprono ancora i tg e le prime pagine con la preghiera a Matteo e l’inchino devoto ai suoi cari. E pensare che un tempo la tv e la stampa erano beceramente lottizzate, fiutavano il cambiamento del clima e si adeguavano al nuovo andazzo già prima che fosse certificato, ed erano parimenti suddivise. Con Renzi (seppur in caduta libera) è finita la lottizzazione, i media sono tutti renziani, mutano solo i gradi alcolici di ubriacatura. Evviva. L’Italia non c’è più. Al suo posto una maschera che rassicura, tranquillizza, leggera e ottimista, mette pace e buonumore e vuole imporre una visione consumistica del vivere. Altrimenti non si spiegherebbe l’enorme aumento dei consumi nel campo della cura della persona, dei viaggi, dei mezzi di trasporto e di tutto ciò che è voluttuario. E che tutti i giorni ribadisce negli spot, nelle trasmissioni, sui giornali e sui media che occorre godere qui ed ora le delizie della vita senza imbarcarsi in progetti per il futuro. Quanti futuri in fondo sono già alle spalle? E allora chissenefrega, in questa crisi senza orizzonti, dei cittadini-elettori, della qualità della vita degli italiani, del lavoro che non c’è. Del lavoro che non c’è più. Quello che ti dà un senso. Quello che non è mai abbastanza. Dei figli senza lavoro. Meglio parlare di coalizioni, di seggi elettorali, di candidature, di spartizioni… di jobs act, di lavoro da non rifiutare. Di lavoro pagato male, pagato in nero, a volte non pagato. Di lavoro collaterale, affine. Di mezzo lavoro. Di lavoro a pezzi. Di lavoro in cui sperare, magari è la volta buona… E fermiamoci qui per carità di patria, ammesso che il nome di Patria possa avere ancora un senso in questo Paese.

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