Mentre si avvicina il voto per l’elezione del Presidente della Provincia di Benevento, il dibattito politico locale ancora una volta si consuma attorno alle stesse dinamiche che da anni caratterizzano la vita pubblica sannita: accordi dell’ultima ora, alleanze variabili, veti incrociati, libertà di voto proclamate e poi smentite dai fatti, equilibri interni ai partiti e trattative che sembrano avere poco a che fare con i problemi reali del territorio. Si parla di “Patto per la Rocca”, di tensioni all’interno del centrodestra, di alleati che si accusano reciprocamente, di accordi che nascono e tramontano nel giro di pochi giorni. Un copione già visto, che non suscita più nemmeno sorpresa. Al massimo amarezza. Perché mentre quel che resta della politica discute di assetti e posizionamenti, questa provincia continua a fare i conti con questioni ben più serie: la perdita di competitività del sistema economico, la fuga dei giovani, lo spopolamento delle aree interne, la progressiva riduzione delle opportunità di lavoro e la difficoltà crescente delle imprese a operare in un contesto sempre più fragile.

Eppure tutto questo sembra rimanere sullo sfondo. L’impressione è che la campagna per la Presidenza della Provincia si stia trasformando nell’ennesimo confronto tra gruppi politici impegnati soprattutto a misurare rapporti di forza e quote di influenza. La discussione sulle strategie di sviluppo della provincia, sulle infrastrutture, sulla capacità di attrarre investimenti, sul futuro dei giovani e sulla valorizzazione delle eccellenze produttive appare invece marginale, quasi secondaria.

C’è però un elemento che aggrava ulteriormente questo quadro e che rischia di passare inosservato nel rumore di fondo delle trattative: i cittadini, in questa elezione, non contano nulla. O meglio, non sono nemmeno chiamati a esprimersi. La legge Del Rio del 2014 ha trasformato le Province in enti di secondo livello, sottraendo agli elettori il diritto di scegliere direttamente il proprio presidente e il proprio consiglio. A votare sono oggi soltanto i sindaci e i consiglieri comunali del territorio, in un sistema che concentra la decisione all’interno della sola classe politica locale, escludendo di fatto la cittadinanza da qualsiasi partecipazione diretta. Il risultato è una competizione che si svolge in una sorta di recinto chiuso, lontano dalla vita reale delle persone, alimentata da logiche di scambio e convenienza che prosperano proprio nell’assenza di controllo democratico. Non è un caso che in questo clima le grandi questioni del territorio spariscano dall’agenda: quando non si deve rispondere ai cittadini, è molto più facile rispondere soltanto a sé stessi.

È una situazione che dovrebbe preoccupare tutti. Perché il problema non è soltanto questa competizione elettorale ristretta e la riconferma o meno dell’attuale presidente. Il problema è comprendere quale idea di futuro venga proposta a una provincia che da anni registra segnali di arretramento economico e demografico. Una comunità che vede diminuire la propria popolazione, che assiste alla partenza costante delle sue migliori energie e che fatica a costruire prospettive solide per le nuove generazioni.

Di fronte a questo scenario, una parte della rappresentanza politica continua a parlare il linguaggio delle appartenenze e delle convenienze. Un’altra parte del sistema locale, compresi alcuni soggetti che dovrebbero rappresentare il mondo produttivo, preferisce spesso rifugiarsi in una narrazione rassicurante fatta di eventi, convegni, comunicati e slogan ottimistici che raramente si confrontano con la realtà dei numeri. Ma i numeri, prima o poi, presentano il conto. Lo pagano le imprese che chiudono o rinunciano a investire. Lo pagano i lavoratori che vedono ridursi le opportunità occupazionali. Lo pagano soprattutto i giovani che, sempre più spesso, scelgono o sono costretti a costruire il proprio futuro altrove. In questo contesto, il balletto dei posizionamenti rischia di apparire non soltanto sterile, ma persino offensivo. Perché una comunità in difficoltà avrebbe bisogno di una classe politica capace di assumersi responsabilità, di elaborare una visione e di costruire percorsi di sviluppo condivisi. Non dell’ennesima partita giocata nei corridoi della politica.

Il punto, infatti, non è stabilire quale schieramento sia più responsabile dell’attuale situazione. Dopo anni di alternanze, accordi trasversali e convergenze variabili, sarebbe persino difficile attribuire colpe esclusive. Il vero problema è che il sistema politico locale, nel suo complesso, sembra aver perso la capacità di interpretare i bisogni profondi del territorio. Ed è forse questa la fotografia più preoccupante: il Sannio continua a essere governato da logiche che appartengono al passato, mentre le sfide del presente richiederebbero competenze, coraggio e capacità di innovazione. La politica può commettere errori. Può anche fallire. Ciò che una comunità non può permettersi è l’assenza di visione. Perché quando vengono meno il progetto, la prospettiva e il senso di responsabilità, ogni elezione rischia di diventare soltanto una redistribuzione di incarichi e potere.

E qui emerge una verità scomoda ma inevitabile: nessun cambiamento sarà possibile senza una crescente consapevolezza civica. Il che impone anche di tornare a discutere seriamente della riforma delle Province. Un ente che non risponde direttamente ai cittadini, che non li coinvolge e che non li interpella, è un ente che finisce inevitabilmente per rispondere soltanto a chi lo elegge: sindaci e consiglieri, con le loro logiche di partito, i loro equilibri interni, i loro interessi di breve periodo. Restituire il voto diretto ai cittadini non è una questione tecnica né un dettaglio procedurale: è una condizione necessaria per rimettere al centro della vita provinciale l’interesse collettivo anziché quello delle correnti e delle coalizioni. Senza questa riforma, qualunque appello alla responsabilità rischia di rimanere lettera morta.