L’autocelebrazione come cifra politica ha spesso un difetto di fondo: racconta più ciò che si vorrebbe essere stati che ciò che realmente si è fatto. È con questo spirito che vanno letti i due interventi pubblici del sindaco Raffaele Di Lonardo, nei quali si tenta, a fine mandato, di tracciare un bilancio entusiastico di un’azione amministrativa che, nei fatti, lascia più interrogativi che risultati concreti.

Il progetto “Titerno Distretto Vivo” viene presentato come una svolta epocale per le aree interne. Le parole utilizzate sono altisonanti: “visione”, “rete”, “identità”, “innovazione”. Un lessico ormai noto, spesso ripetuto, che però rischia di restare vuoto quando non è accompagnato da azioni tangibili.

Dopo cinque anni di amministrazione, è lecito chiedersi: dov’era questa visione quando il centro storico di Guardia si svuotava davvero? Quando le attività chiudevano una dopo l’altra senza alcuna strategia strutturata di sostegno? Oggi, a ridosso di una nuova competizione elettorale, si annuncia la nascita dell’ennesimo “distretto”, di un nuovo contenitore istituzionale che, più che rispondere a bisogni reali, sembra funzionale a costruire una narrazione… e una presidenza. Il rischio è quello di trovarsi di fronte all’ennesimo carrozzone, utile più a chi lo promuove che ai commercianti e ai cittadini che dovrebbe rappresentare. Perché la storia recente insegna che la moltiplicazione di sigle, tavoli e reti non produce automaticamente sviluppo, soprattutto se manca una continuità amministrativa e una reale capacità di incidere sul territorio.

Ancora più discutibile appare la gestione dell’intervento finanziato con 2,5 milioni di euro per la demolizione e ricostruzione del Centro Operativo Comunale e della scuola dell’infanzia. Presentarlo come un “grande passo avanti” senza affrontare il nodo centrale della questione è, quantomeno, parziale. Era davvero necessario abbattere e ricostruire? Non esistevano alternative meno onerose, come una riqualificazione dell’esistente? Possibile che oggi si chiedano nuove risorse pubbliche per rimediare a errori mai chiariti, senza una riflessione seria su come si sia arrivati a questo punto?

La sensazione è che si voglia utilizzare l’effetto annuncio – fatto di cifre importanti e progetti dal nome evocativo – per compensare un’assenza prolungata di risultati concreti. Ma i cittadini guardiesi hanno ormai sviluppato gli anticorpi contro questo tipo di narrazione. Sanno distinguere tra ciò che è stato realmente fatto e ciò che viene promesso all’ultimo momento.

Se davvero si vuole parlare di rilancio del territorio, allora il punto di partenza dovrebbe essere un bilancio onesto, capace di riconoscere limiti, ritardi e occasioni mancate. Senza questo passaggio, ogni nuovo progetto rischia di apparire per quello che è: non una visione per il futuro di Guardia, ma un tentativo di riscrivere il passato in funzione del consenso. La politica, quella seria, non ha bisogno di autocelebrazione. Ha bisogno di risultati. E su quelli, prima o poi, si è sempre chiamati a rispondere.