A pochi giorni dalla presentazione delle liste per le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio, a Guardia Sanframondi il clima politico appare già segnato da una dinamica ben nota, quasi rituale: l’amministrazione uscente si guarda allo specchio, non riconosce le proprie responsabilità e punta l’indice al solito nemico invisibile. Non alla gestione sbagliata. Non alla comunicazione scadente. Non alla confusione programmatica. No: la colpa è di chi c’era prima.

È un’accusa che torna sempre, ciclica e rituale come una liturgia. È una narrazione che resiste al tempo perché semplice, efficace e soprattutto difficile da smentire sul piano emotivo. Dare la colpa a “chi c’era prima” consente di evitare un’analisi più scomoda: quella sulle responsabilità presenti, sulle scelte compiute, sulle occasioni mancate. Così il dibattito pubblico si svuota di contenuto concreto e si riempie di formule ripetute, slogan che funzionano più come riflessi condizionati che come argomentazioni. Più che un confronto tra visioni alternative di futuro, si assiste ancora una volta alla riproposizione di un copione consolidato: l’amministrazione uscente si assolve e individua altrove — immancabilmente nel passato — le cause di ogni limite, ritardo o fallimento.

Il tema del “bene della comunità” è forse l’esempio più evidente di questa deriva. Evocato da tutti, rivendicato da ciascuno, è diventato nel tempo un contenitore vuoto, una parola d’ordine buona per ogni stagione e per ogni schieramento, ma proprio per questo incapace di orientare davvero l’azione politica. Se tutto è “bene della comunità”, allora nulla lo è davvero in modo verificabile.

Il punto critico, oggi, non è tanto la legittimità di questo richiamo quanto la sua totale assenza di declinazione concreta. Cosa significa, in termini amministrativi, “fare il bene di Guardia”? Quali politiche, quali priorità, quali scelte segnerebbero una discontinuità reale rispetto al passato? Su questo, il silenzio resta assordante.

Eppure è proprio qui che si gioca la credibilità di chi si candida a governare. La storia recente del paese mostra una continuità che attraversa maggioranze e opposizioni, nomi e facce: cambiano i protagonisti, ma il quadro complessivo resta immutato — le stesse criticità, le stesse fragilità, lo stesso senso diffuso di incompiutezza. In questo contesto, la retorica del “la colpa è di chi c’era prima” diventa l’ultimo rifugio: una giustificazione che consente di dichiararsi competitivi sul piano elettorale ma non su quello sostanziale, spostando ancora una volta il giudizio su un terreno sfuggente e non misurabile.

Eppure, accanto a questa ripetizione stanca, si registra in queste ore anche un fermento che merita attenzione. Convegni, assemblee pubbliche, incontri informali riempiono le agende dei probabili candidati e animano le sale della comunità. Si discute — finalmente — di questioni concrete: il destino del centro storico, la necessità di renderlo nuovamente abitabile e attrattivo; il turismo, evocato come risorsa strategica ma ancora privo di una visione organica; i servizi, la viabilità, le opportunità per i giovani. È un attivismo diffuso, che restituisce almeno in parte il senso di una comunità che vuole interrogarsi sul proprio futuro. Le parole chiave tornano con insistenza — rigenerazione, destino, valorizzazione, rilancio — e si moltiplicano le proposte, spesso simili tra loro, segno che i problemi sono noti e condivisi. Meno chiaro, però, resta il come: quali strumenti, quali risorse, quali tempi.

Il rischio è che anche questo slancio partecipativo venga riassorbito nella stessa logica che da anni domina il discorso pubblico: molta enunciazione, poca progettualità verificabile. Parlare di centro storico significa entrare nel merito di piani urbanistici, incentivi concreti, gestione degli immobili abbandonati; parlare di turismo significa costruire un sistema, non limitarsi a evocare eventi o flussi occasionali. Se questo attivismo riuscirà a tradursi in proposte credibili e misurabili, potrà rappresentare una vera discontinuità. In caso contrario, resterà un rumore di fondo destinato a spegnersi il giorno dopo il voto.

Il rischio, dunque, a pochi giorni da una nuova tornata elettorale, è che Guardia Sanframondi resti intrappolata in questa gabbia narrativa: una politica che si autoalimenta di accuse retrospettive e promesse indistinte, senza mai affrontare fino in fondo la prova dei fatti.

Uscirne richiederebbe uno scarto netto: più memoria e più responsabilità nel presente, meno slogan e più chiarezza. In una parola: meno alibi e più politica.