C’è voluto più di un decennio. Dal 2014 al 2026. Dodici anni per installare un ascensore nel palazzo comunale e poter finalmente annunciare, con toni soddisfatti, che il Municipio è “pienamente accessibile”. Evviva, verrebbe da dire. O forse no. Perché se da un lato ogni intervento che elimina barriere architettoniche è ovviamente benvenuto, dall’altro è difficile non notare l’enorme distanza tra il trionfalismo dei comunicati istituzionali e la realtà quotidiana dei cittadini. Un ascensore nel Municipio non è un risultato straordinario: è il minimo indispensabile che un edificio pubblico dovrebbe garantire da decenni. Non è un favore, non è una concessione politica. È un obbligo previsto da norme come la Legge 13/1989 e dai principi sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.
Eppure qui ci sono voluti dodici anni. Dodici anni per superare una delle criticità più evidenti del palazzo comunale. Dodici anni durante i quali chi aveva difficoltà motorie, gli anziani, le persone con disabilità, ma anche semplicemente chi non poteva affrontare scale ripide, ha dovuto arrangiarsi. O rinunciare.
Ma il problema non è solo l’ascensore. È la fotografia più ampia di una comunità dove l’accessibilità sembra ancora un progetto lontano, non una priorità concreta. Basta fare pochi passi fuori dal municipio per rendersene conto.
I marciapiedi — dove esistono — sono spesso stretti, sconnessi, invasi da pali, auto parcheggiate o dislivelli impossibili. In molte strade sono semplicemente impraticabili. Non solo per una persona con disabilità o per un anziano con difficoltà a camminare, ma anche per una madre con un passeggino, per chi spinge una carrozzina, per chi porta la spesa, per chiunque voglia muoversi a piedi con un minimo di sicurezza.
E allora la domanda diventa inevitabile: su quale pianeta vivono le amministrazioni che negli anni hanno governato questo Comune?
Non si tratta soltanto dell’attuale amministrazione guidata da Di Lonardo. Il problema è più profondo e più antico. È il risultato di una lunga stagione amministrativa durata oltre un quarto di secolo in cui l’ordinaria manutenzione urbana è stata costantemente rimandata, rinviata, considerata secondaria rispetto ad altre priorità: spesso molto più visibili ma molto meno utili nella vita quotidiana delle persone.
A questo punto, però, è doveroso fare un passo in più. L’amministrazione attuale ha scelto di rispondere alle critiche con una formula diventata ormai familiare: quella di aver concentrato il proprio impegno sulla “realizzazione progressiva di opere utili alla comunità”. Un’espressione che suona bene, che evoca concretezza e visione. Ma che, dopo cinque anni di governo della città, resta ostinatamente priva di contenuto verificabile.
Quali sono queste opere utili? Dove sono? Quando arriveranno? Sono domande semplici, legittime, che qualsiasi cittadino ha il diritto di porre: e di vedere rispondere con fatti, non con dichiarazioni. Perché cinque anni non sono pochi. Sono un’intera consiliatura. Sono il tempo sufficiente per lasciare un segno tangibile sul territorio, per trasformare almeno una parte di quelle promesse in cantieri aperti, in strade rifatte, in spazi pubblici rinnovati. E invece, in attesa di un bilancio di fine mandato che ancora non c’è, quello che i cittadini vedono — o meglio, non vedono — racconta una storia diversa. Una storia fatta di continuità con il passato più che di discontinuità, di rinvii più che di realizzazioni, di annunci più che di opere.
Perché l’accessibilità non è un dettaglio tecnico. È la misura della civiltà di una comunità.
Una comunità civile è quella dove un anziano può camminare senza rischiare di cadere. Dove una persona con disabilità non deve studiare percorsi impossibili per raggiungere un ufficio pubblico. Dove i marciapiedi non sono ostacoli ma strumenti di libertà.
Quando invece per installare un ascensore servono dodici anni e per rifare un marciapiede bisogna probabilmente aspettarne altri dieci, il problema non è la complessità dei lavori o la scarsità di fondi. Il problema è una cultura amministrativa che ha smesso di considerare la qualità dello spazio pubblico come una priorità.
Ben venga dunque l’ascensore nel municipio. Ma sarebbe più onesto presentarlo per quello che è: non una conquista storica, bensì un ritardo finalmente colmato. E magari, nel frattempo, qualcuno inizi a guardare anche fuori dalle finestre del palazzo comunale. Perché il paese reale — quello dei marciapiedi rotti, del degrado, delle barriere quotidiane e dei percorsi impossibili — è proprio lì sotto.