A Guardia Sanframondi sta accadendo qualcosa di straordinario. Un esperimento politico che meriterebbe l’attenzione degli scienziati sociali: governare una comunità per cinque anni interi senza dover mai affrontare un vero dibattito pubblico.

Un piccolo capolavoro di geometria democratica.

Ma la domanda, inevitabile, è semplice: dove è finito il pensiero critico?

Un tempo, anche nei paesi più tranquilli come Guardia, esisteva una forma di controllo naturale sul potere. Non era sofisticata: nasceva nei bar, nelle piazze, nelle assemblee improvvisate davanti al municipio. C’erano cittadini che facevano domande, amministratori costretti a rispondere, discussioni che a volte diventavano perfino scomode.

Cinque anni sono un tempo lungo. Abbastanza per costruire qualcosa. Abbastanza anche per cambiare rotta alla comunità, se qualcuno lo chiede. Ma a Guardia Sanframondi sembra che il paese abbia trovato una nuova forma di equilibrio: la politica decide, i cittadini osservano e il dibattito si dissolve nell’aria come nebbia mattutina. Non è chiaro se si tratti di rassegnazione, stanchezza o semplice abitudine. Il risultato, però, dopo un intero quinquennio di amministrazione Di Lonardo è evidente: la classe dirigente locale si è mossa con una tranquillità quasi invidiabile. Niente contestazioni serie. Pochissime domande. Zero conflitto pubblico. Una specie di amministrazione in modalità silenziosa, andata avanti per mezza decade come un orologio che nessuno ha mai guardato.

Nel frattempo si sono prese decisioni, gestite risorse pubbliche, annunciati progetti, celebrati risultati. Tutto legittimo, naturalmente. Ma quasi sempre senza che si sviluppasse un vero confronto con la comunità. La comunicazione istituzionale, bisogna riconoscerlo, ha funzionato bene. Comunicati puntuali, annunci ben confezionati su Facebook, aggiornamenti sui sempre più frequenti disservizi che caratterizzano la comunità (energia elettrica, acqua, internet, ecc…), ricorrenze istituzionali celebrate con la dovuta solennità. Tuttavia l’amministrazione Di Lonardo ha raccontato molto e spiegato poco. È mancato spesso il passaggio più importante della democrazia locale: il confronto vero. Perché esiste una differenza sottile, ma fondamentale, tra raccontare e spiegare. Tra comunicare e rendere conto.

La trasparenza, formalmente, c’è stata. Le delibere esistono, gli atti sono pubblicati, i comunicati arrivano puntuali. Ma tra pubblicare un documento e spiegare davvero come vengono spesi i soldi pubblici — perché questa scelta e non un’altra, perché questa priorità e non quella — c’è uno spazio che cinque anni di amministrazione non hanno colmato.

Del resto, quando non ci sono cittadini che incalzano, il potere locale può permettersi un lusso raro: non dover giustificare troppo le proprie scelte. E questo lusso, a Guardia Sanframondi, sembra essere stato goduto con discrezione e continuità.

Il problema, però, non è solo nella politica. Sarebbe troppo facile: e anche un po’ ingeneroso.

Il problema è anche in una comunità che, nel corso di questi anni, sembra aver accettato questa condizione come normale. Si è discusso poco. Criticato sottovoce. Commentato nei bar, ma raramente alla luce del sole. Il risultato è un paradosso curioso: una comunità politicamente tranquilla perché politicamente addormentata.

Il quinquennio è trascorso tra annunci, convegni spesso più celebrativi che utili, progetti raccontati più che discussi. E ora, all’alba di un nuovo ciclo politico — che sia la continuazione di questo o l’inizio di un altro — varrebbe la pena chiedersi: abbiamo davvero esercitato il nostro ruolo di cittadini? O abbiamo semplicemente lasciato fare? Perché amministrare un paese non significa solo decidere. Significa anche sopportare il fastidio delle domande. Quanto costano davvero certe scelte? Quali priorità hanno guidato l’uso delle risorse pubbliche in questi anni? Quali alternative sono state scartate, e perché? Domande normali, in qualsiasi comunità che voglia considerarsi politicamente viva. A Guardia Sanframondi, invece, queste domande sembrano quasi fuori moda. Un po’ come se il pensiero critico fosse diventato, nel quinquennio appena trascorso, un accessorio ingombrante, qualcosa che disturba l’armonia generale.

E così l’amministrazione Di Lonardo ha potuto muoversi, per anni, in un contesto sorprendentemente favorevole: una comunità che osserva molto e interroga poco. Naturalmente nessuna amministrazione rifiuterà mai il confronto. Semplicemente, spesso non glielo si chiede.

Il punto, allora, non è accusare o difendere qualcuno. Non è un processo all’operato di Di Lonardo o di chi ha amministrato negli ultimi decenni, né un atto d’accusa o una difesa d’ufficio. Il punto è più semplice, e anche più scomodo: cinque anni senza critica producono inevitabilmente una politica senza pressione.

E una politica senza pressione, prima o poi, smette di migliorare.

E il silenzio, si sa, è una straordinaria risorsa politica.

Soprattutto per chi governa.

Il pensiero critico quindi non è ostilità verso chi governa. È il minimo sindacale della cittadinanza. Senza cittadini che fanno domande, la democrazia locale rischia di diventare qualcosa di molto più semplice: un’amministrazione che procede da sola mentre il paese applaude, borbotta o — più spesso — resta in silenzio.

Proprio per questo, alla prossima amministrazione che uscirà dalle urne il 24 e 25 maggio, si può rivolgere un augurio semplice: governare sapendo che le domande dei cittadini non sono un ostacolo, ma una risorsa. Una comunità che osserva, discute e chiede conto delle scelte non indebolisce chi amministra; al contrario, rende più solida e più viva la democrazia locale.