Cosa possiamo fare noi guardiesi, noi che amiamo questo paese, alle prossime elezioni amministrative? Poco, pochissimo, quasi niente. Poco da guardiesi, pochissimo da elettori, quasi niente da singoli cittadini. Ma non possiamo restare inerti, indifferenti, passivi e rassegnati davanti a uno scenario terribile, ben più pericoloso di quello che per decenni ha retto, bene o male, tra tante lacerazioni.

Dunque, qual è lo scenario che abbiamo davanti? Perché parlo di una situazione più grave e più pericolosa di quella che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni? Non perché prima fosse tutto perfetto. Non lo era affatto. Guardia ha vissuto anni di contrapposizioni, di rivalità personali, di divisioni che spesso hanno superato il limite della normale dialettica politica. Tutti lo sappiamo. Tutti lo abbiamo visto. Eppure, in mezzo a quelle tensioni, esisteva qualcosa che oggi sembra smarrito: un equilibrio. Fragile, imperfetto, a volte persino ipocrita, ma pur sempre un equilibrio che impediva alla vita pubblica del paese di scivolare completamente nella logica dello scontro permanente.

Oggi quel fragile equilibrio sembra essersi dissolto. E quando in una comunità piccola come la nostra salta l’equilibrio, la politica smette di essere amministrazione e diventa qualcos’altro: diventa terreno di rivalsa, regolamento di conti, teatro di ambizioni personali.

Questo è il vero pericolo. Perché un paese non si rovina soltanto quando sbaglia le scelte amministrative. Un paese si rovina quando la politica smette di essere servizio e diventa guerra tra gruppi, quando il bene comune sparisce dietro interessi personali, rancori e calcoli di parte.

Guardia non ha bisogno di questo. Guardia non ha bisogno dell’ennesima stagione di tifoserie, sospetti, veleni e polemiche sterili. Non ha bisogno di gente che si candida per dimostrare qualcosa a qualcuno, o per regolare conti rimasti aperti. Ha bisogno di amministratori che abbiano un’idea di paese.

E qui veniamo al punto più scomodo. Perché è troppo facile dare tutta la colpa alla politica. È un alibi che ci concediamo da anni. Ma la verità è che la politica, nei piccoli paesi, è lo specchio della comunità. Se la politica si impoverisce, è perché anche la comunità si è impoverita moralmente.

Negli anni abbiamo delegato tutto. Abbiamo lasciato che la vita pubblica diventasse affare di pochi, mentre il resto del paese si limitava a commentare da spettatore: al bar, sui social, nelle chiacchiere private. Criticare è diventato facile. Partecipare molto meno. E così la discussione pubblica si è progressivamente svuotata. Le idee hanno lasciato il posto alle appartenenze. Le proposte sono state sostituite dai pettegolezzi. Il confronto è diventato scontro.

Questo non è un destino inevitabile. Ma è una deriva che riguarda tutti noi.

E allora torniamo alla domanda iniziale: cosa possiamo fare noi guardiesi, noi che diciamo di amare Guardia? La risposta resta la stessa: poco. Ma quel poco conta. Possiamo rifiutare la logica delle tifoserie. Possiamo smettere di giudicare le persone in base a chi stanno accanto. Possiamo pretendere serietà, chiarezza, rispetto dell’intelligenza dei cittadini. Possiamo ricordare a chi si candida che amministrare un paese non è un trofeo da conquistare, ma una responsabilità da assumersi davanti a tutti. E possiamo fare una cosa ancora più semplice, ma forse più difficile: smettere di avere paura di dire quello che pensiamo. Perché nei piccoli paesi la paura esiste. Esiste il timore di esporsi, di essere etichettati, di finire nel mirino delle chiacchiere. E così molti preferiscono tacere. Ma il silenzio, alla lunga, non è neutralità. È una forma di complicità.

Io non so come finiranno le prossime elezioni. Non so chi saranno i candidati. Non so chi vincerà, né se la situazione che oggi mi preoccupa si rivelerà davvero così grave. Posso anche sbagliarmi. E lo dico senza ironia: se mi sbaglio, sarò il primo a esserne felice. Ma una cosa la so con certezza. Guardia è più importante delle nostre divisioni. Più importante delle ambizioni personali. Più importante dei rancori che ogni tanto avvelenano l’aria di questo paese. E se davvero diciamo di amare Guardia, allora dovremmo dimostrarlo nel modo più semplice e più difficile allo stesso tempo: mettendo il paese davanti a noi stessi.

Le elezioni passeranno. Le polemiche anche. Guardia invece resterà. E la domanda, alla fine, non sarà chi ha vinto o chi ha perso. La domanda sarà un’altra: se in questi anni abbiamo contribuito a renderla una comunità migliore… oppure se, con i nostri silenzi, le nostre tifoserie e le nostre piccole guerre, abbiamo aiutato a peggiorarla.

E questa, piaccia o no, è una responsabilità che non riguarda solo chi governa. Riguarda tutti noi.