C’è una nuova figura sociale nel Sannio contemporaneo: il “nonno con la valigia”. Non è un turista tardivo né un pensionato particolarmente dinamico. È l’ennesimo tassello di un esodo che dura da vent’anni e che ormai ha cambiato natura. Prima partivano i figli, poi i nipoti. Ora li seguono anche i nonni. E così, mentre qualcuno continua a raccontare la favola della “vita lenta”, il Sannio (e Guardia) si svuota a velocità sostenuta.
I numeri sono di quelli che dovrebbero togliere il sonno a chi amministra un territorio. Negli ultimi vent’anni quasi 10mila laureati under 35 hanno lasciato il Sannio diretti verso il Centro-Nord. Non perché attratti da chissà quale esotismo padano, ma per ragioni molto più banali: lavoro, stipendi più alti, servizi che funzionano. Nel frattempo, nel Sannio muoiono quasi il doppio delle persone rispetto a quelle che nascono. Non è una metafora: è aritmetica demografica.
Ma la vera novità è l’emigrazione silenziosa degli anziani. Oltre 10mila “nonni con la valigia” conservano la residenza qui ma passano sempre più tempo vicino ai figli emigrati. Non per nostalgia del Nord, ma per necessità. Perché quando le liste d’attesa diventano infinite, i servizi sanitari arrancano e l’assistenza sul territorio è un miraggio, la soluzione più semplice è trasferirsi dove i figli vivono e lavorano. È il ricongiungimento familiare nell’Italia interna: una forma di welfare domestico che sostituisce quello pubblico.
Nel frattempo la politica locale continua a ripetere il mantra delle aree interne da valorizzare, possibilmente con qualche convegno ben fotografato e due hashtag sulla “resilienza dei territori”. Peccato che mentre si discute di resilienza, i residenti diminuiscano. E quando diminuiscono i residenti diminuisce tutto il resto: gettito fiscale, servizi, scuole, competenze. È un circolo vizioso perfetto, di quelli che nei manuali di economia territoriale si chiamano spirali di declino.
Naturalmente c’è sempre la consolazione della retorica. Il Sannio, ci spiegano, è il regno della “vita lenta”. Un’etichetta molto utile al marketing turistico e alle narrazioni estive di chi scopre l’entroterra per due settimane ad agosto. Poi però settembre arriva puntuale e la vita lenta si rivela per quello che è davvero: autobus che non passano, ospedali lontani, opportunità di lavoro rare come un treno in orario.
Il problema non è che i giovani partano. È sempre successo. Il problema è che non tornano. E che dietro di loro, lentamente, partono anche tutti gli altri. Quando perfino i nonni fanno le valigie, significa che non stiamo assistendo a una semplice mobilità giovanile. Stiamo assistendo allo svuotamento di un territorio.
C’è poi un dettaglio economico che spesso sfugge nelle discussioni locali. Ogni anno il Mezzogiorno perde quasi 8 miliardi di euro a causa dell’emigrazione dei laureati. Sono risorse pubbliche che finiscono per alimentare economie e sistemi produttivi di altri territori. In altre parole: il Sud paga l’istruzione, altri raccolgono i frutti.
E qui la responsabilità della classe dirigente diventa difficile da ignorare. Perché se un territorio perde popolazione per vent’anni consecutivi, forse non è solo colpa del destino, della globalizzazione o dei giovani troppo ambiziosi. Forse c’entra anche una politica locale che da decenni gestisce il declino più che contrastarlo. Una politica bravissima a celebrare tradizioni, molto meno a costruire futuro.
Guardia, in questo quadro, rischia di diventare l’emblema di una contraddizione tutta meridionale: paesi bellissimi, comunità sempre più piccole. Centri storici restaurati, case chiuse. Festival e sagre affollate ad agosto, strade vuote a novembre.
Alla fine la domanda è semplice, persino banale: che territorio resterà quando l’emigrazione avrà finito il suo lavoro? Un luogo da visitare o un luogo in cui vivere? Perché tra cartoline turistiche e comunità reali c’è una differenza sostanziale: le prime si riempiono con le fotografie, le seconde con le persone.
E a Guardia e nel Sannio, purtroppo, le persone continuano a fare le valigie.