Guardia Sanframondi torna alle urne. E, come sempre accade in questi frangenti, iniziano a circolare nomi, si ricompongono vecchie alleanze, si ridisegnano equilibri che sembrano nuovi ma profumano di già visto. Il copione è noto. Cambia qualche attore, resta la regia.
Il Comune di Guardia — quello reale, non quello raccontato ogni cinque anni dal ballatoio di piazza Castello — informa che è ufficialmente aperta la ricerca di persone disposte a candidarsi per costruire una lista alternativa alla classe dirigente che governa il paese da un tempo sufficientemente lungo da poter essere definito “tradizione”.
No, non è uno scherzo. Anche se, a volte, lo sembra.
Si cercano persone disposte a candidarsi. Perché candidarsi fa paura. Esporsi significa essere osservati con la stessa attenzione con cui si controllano i lavori stradali: molta curiosità, poca pazienza. Significa essere giudicati da chi ha sempre saputo come si fa, pur non avendo mai avuto il fastidio di farlo. Si viene criticati al bar, analizzati al ristorante, processati su Facebook da esperti universali che, negli ultimi trent’anni, non hanno amministrato nemmeno un condominio.
Se questo vi terrorizza, siete già sulla buona strada. Perché significa che avete capito di cosa si parla.
Si cercano donne e uomini che: sappiano che amministrare non è un hobby del weekend; non abbiano bisogno di un posto in lista per sentirsi importanti; abbiano già portato a termine almeno un progetto nella loro vita senza dare la colpa agli altri; sappiano lavorare in squadra senza trasformare ogni riunione in un torneo di ego.
Non è richiesta esperienza in consiglio comunale. Il consiglio si impara. La serietà no.
Si cercano persone che sappiano: parlare con i cittadini anche quando non ci sono elezioni; ammettere un errore senza sentirsi crollare il mondo addosso; mettere il paese davanti al proprio nome.
Non importa quale partito abbiate votato vent’anni fa. Importa se, davanti a un problema, vi chiedete “come si risolve?” invece di “di chi è la colpa?”.
Negli ultimi decenni, a Guardia, abbiamo assistito a un piccolo miracolo: la capacità di sopravvivere senza mai programmare davvero. Rattoppare buche. Inseguire emergenze. Spiegare che “non ci sono fondi”, come se i fondi fossero creature mitologiche che appaiono solo agli eletti.
Eppure i fondi esistono. Regionali, nazionali, europei. Non piovono dal cielo. Ma nemmeno scappano se qualcuno si prende la briga di cercarli.
Guardia ha sviluppato una notevole stabilità amministrativa: nulla di improvviso, nulla di traumatico, nulla di particolarmente trasformativo. Una continuità rassicurante, che ha garantito al paese il privilegio di non correre mai il rischio di cambiare troppo. Ora, con rispetto per la storia, si propone un’idea quasi rivoluzionaria: programmare. Programmare significa immaginare il paese tra dieci anni, non tra dieci giorni. Significa cercare risorse invece di commentarne l’assenza. Significa costruire relazioni istituzionali che non si attivano soltanto in campagna elettorale.
Questo paese non ha bisogno dell’ennesimo salvatore della patria. Ha bisogno di persone normali, competenti, responsabili. Persone che sappiano che governare significa rispondere quando qualcuno ti ferma per strada e ti dice: “Così non va”.
Chi ritiene tutto ciò superfluo può serenamente continuare a commentare.
Chi invece, leggendo queste righe, avverte un leggero disagio — quella sensazione che nasce quando si capisce che qualcuno dovrebbe fare un passo avanti — è invitato a considerare un’ipotesi ardita: farlo davvero.
E se vi state dicendo: “Qualcuno dovrebbe farlo”.
Ecco. Quel qualcuno potreste essere voi.
E sì, un po’ di paura ci sarà.
Ma forse è il segnale che state prendendo la cosa sul serio.