Sono anni che osservo Guardia Sanframondi come si osserva un organismo vivente: non dall’alto, con il cannocchiale del moralista, ma dal basso, dentro i suoi movimenti molecolari, le sue metamorfosi silenziose, i suoi ritorni mascherati da rivoluzioni. E anche questa volta, alla vigilia delle amministrative del 24 e 25 maggio, il copione sembra nuovo: ma solo in superficie. Sotto, molto sotto, pulsa il solito “trasformismo adattivo”: quella capacità tutta guardiese di cambiare tutto per lasciare intatto l’essenziale.

Da anni studio Guardia e la descrivo live, dal vivo, mentre il guardiese collettivo cammina, lavora, si siede o si nasconde. Ho scritto l’autobiografia di Guardia in progress e anche in regress. Il segreto di tale impresa è aver sempre descritto Guardia non ponendomi dall’alto, ma situandomi all’interno dei suoi corsi e decorsi, evitando pregiudizi ideologici e moralistici per descrivere la realtà nel suo cambiamento, osservandola dall’interno, nel mentre che accade. E così, mentre altri vedono altri film, descrivo l’emergere a Guardia del localismo, del provincialismo, del policentrismo. E anche nelle sue mutazioni, Guardia prosegue nel suo “trasformismo adattivo” che fa parte della sua storia e della sua indole.

Questa è Guardia reale, tra globale e particolare.

Questa è l’aria particolare che si respira in questi giorni. Non è aria di montagna, non è aria di primavera. È quell’aria densa, carica, leggermente elettrica che si accumula ogni cinque anni quando il paese si scopre improvvisamente appassionato di politica locale con un’intensità che dura, puntualmente, il tempo della campagna elettorale. Tutti hanno un’opinione. Tutti conoscono qualcuno che conosce qualcuno. Tutti, naturalmente, avrebbero le idee chiarissime su come si amministra: se solo qualcuno glielo chiedesse.

Il 24 e 25 maggio Guardia Sanframondi tornerà alle urne per le elezioni amministrative. In un paese come il nostro, l’appuntamento elettorale non è mai soltanto una scadenza istituzionale: è un rito collettivo, un momento in cui la comunità si guarda allo specchio e prova a immaginare il proprio futuro. Il rito del toto-nomi. Prima ancora che si sappia chi si candida a primo cittadino, si sa già tutto. I nomi circolano con la precisione chirurgica del pettegolezzo e la velocità di un gruppo WhatsApp di genitori. Facebook, il banco del bar, il sagrato della chiesa dopo la messa: ogni luogo diventa tavolo di trattativa, ogni conversazione un briefing informale. “Ho sentito che…”, “Dicono che…”, “Ma sai che…”: il condizionale e il passaparola sono le due grammatiche fondamentali della vigilia elettorale guardiese. I nomi si moltiplicano, si smentiscono, si riconfermano, si smentiscono di nuovo. Alcuni candidati sarebbero pronti a scendere in campo già da tre anni. Altri ci starebbero pensando. Il sindaco uscente ci starebbe pensando. Altri ancora ci avrebbero pensato, poi avrebbero smesso, poi ci avrebbero ripensato.

Nel frattempo, il paese aspetta. E giudica. Con quell’aria da esperto di geopolitica che solo chi ha vissuto almeno quattro tornate elettorali locali sa esibire con naturalezza.

Poi c’è il capitolo liste. Ogni lista ha la sua storia. Ogni nome inserito o escluso ha il suo romanzo. C’è chi verrà chiamato all’ultimo momento, come un giocatore svincolato a gennaio. C’è chi ha già detto no almeno tre volte per poi dire sì al quarto tentativo, perché “lo faccio per il paese”, non per altro. C’è chi vorrebbe un posto diverso, magari assessore esterno, e ci sta ancora pensando. C’è chi entrerà in una lista perché è amico di Tizio, che conosce Caio, che ha convinto Sempronio.

Tra le voci più insistenti c’è quella di una possibile discesa in campo di una lista “giovane”. L’idea è impegnativa: promette risveglio, rilancio, discontinuità. Parola forte, “giovane”. A Guardia i giovani sono quasi sempre mancati. Il punto è capire: giovane rispetto a cosa? E soprattutto: con quali idee, con quale squadra, con quale visione strutturata del futuro di questo paese? Perché se la politica si riduce a un’etichetta suggestiva, rischia di diventare marketing territoriale. E Guardia non ha bisogno di un restyling semantico. Ha bisogno di scelte. Il rischio, soprattutto in campagna elettorale, è sempre lo stesso: che le idee diventino bandiere da agitare più che impegni da realizzare.

Chi conosce davvero Guardia Sanframondi sa che la superficie decisionista — l’uomo o la donna sola al comando — convive con una trama fittissima di mediazioni, relazioni, equilibri sotterranei. Qui nessuno governa mai davvero da solo. Qui si governa sempre “attraverso”. È il continuismo che avanza travestito da novità. È la tradizione che si presenta in abiti nuovi. Per questo, più che i nomi, contano i contenuti. Quale modello di crescita, quale ruolo per il centro storico? Quale strategia per trattenere i giovani senza ridurre la parola “futuro” a un hashtag? Come trasformare progetti seri di rilancio in strumenti concreti di sviluppo e non nell’ennesimo evento episodico che si esaurisce nel weekend e sparisce dal discorso pubblico fino alla prossima edizione?

Guardia è maestra riconosciuta di quella nobile disciplina che consiste nel cambiare tutto per non cambiare niente. Un’arte raffinata. Nuovi nomi, nuovi simboli, nuovi entusiasmi. Stesse reti, stesse mediazioni, stesse filiere relazionali che attraversano qualsiasi amministrazione come arterie invisibili. Il paese si rinnova in superficie con la cadenza di un restyling stagionale, mentre in profondità i veri equilibri restano sorprendentemente stabili, come certi mobili antichi che cambiano proprietario ma non escono mai dalla stessa casa.

Non è necessariamente un difetto. È un sistema collaudato. Funziona. Sa adattarsi. Sa assorbire novità, neutralizzarle, metabolizzarle. Ed è questa ambivalenza, in fondo, il cuore del problema guardiese: il trasformismo non è il nemico da abbattere, è il terreno su cui si gioca ogni partita. La domanda è se qualcuno abbia finalmente voglia di cambiare le regole del gioco.

Il 24 e 25 maggio non si eleggerà soltanto un sindaco e un’amministrazione. Si sceglierà se continuare nel solco del trasformismo adattivo — che tutto assorbe e tutto ricompone — o se provare a definire una direzione più chiara, più coraggiosa, più verificabile. La risposta non è nei sussurri dei gruppi social. È nelle scelte che si avrà il coraggio di mettere nero su bianco. Perché alla fine, tra toto-nomi, cordate, federazioni di liste e grandi visioni da caffè strategico, c’è una cosa che compare sempre troppo tardi e troppo in sordina: il programma. Quello scritto. Con le priorità. Con i tempi. Con gli indicatori di risultato. Con la risposta concreta alla domanda che ogni guardiese dovrebbe fare a ogni candidato: cosa farete, esattamente, e come misurerete se lo avete fatto davvero? Non è una richiesta eccessiva. È il minimo sindacale della democrazia rappresentativa. Eppure, nella frenesia del toto-nomi, dei selfie con i candidati e delle stories elettorali, questa domanda rischia di arrivare in ritardo. O di non arrivare affatto.

Il 24 e 25 maggio Guardia Sanframondi cambierà, questo è certo. Cambia sempre. Lo fa con quella grazia particolare di chi sa che il cambiamento, se gestito bene, non disturba nessuno. La domanda vera, però, è un’altra: sarà un cambiamento che incide, che lascia segno, che risponde ai bisogni reali di chi resta e di chi vorrebbe tornare? O sarà l’ennesima, elegante variazione sul tema: nuove facce, vecchie logiche, applausi a scena aperta e poi tutto come prima?

Il paese lo sa. In fondo lo sa. E il 24 e 25 maggio, nell’intimità della cabina elettorale, ognuno farà i conti con questa domanda: lontano dalle chat, lontano dai caffè, lontano dai sussurri.

Lì, finalmente, si parlerà chiaro.